Ecoblog a Detroit: incontro con Stewart Brand e la necessità del nucleare

Stewart Brand

In presa diretta dal Salone dell'Auto di Detroit, dove siamo andati a curiosare le novità nel campo automobilistico. Ford, che ci ha invitato, ci ha dato la possibilità di incontrare Stewart Brand, uno degli ecologisti più noti negli Stati Uniti, insieme a Sheryl Connolly (Manager of Global Trends & Futuring di Ford).

Brand è un simpatico 72enne, dal passato da militare paracadutista, che maneggia la tecnologia come un ragazzino. Nessun problema a destreggiarsi tra Mac, cavi o connessioni varie. Non è una persona qualunque: è uno che ha teorizzato l'importanza di una rete di computer mondiali quando internet era ancora solo un progetto militare, sconosciuto ai più. In molti riconoscono infatti come il precursore del World Wide Web proprio la sua idea del "The Whole Earth Catalog": pubblicazione nata per promuovere prodotti che potessero aiutare le persone a trovare una guida al proprio ambiente di vita, condividendo infine la propria esperienza. Un uomo che guarda avanti, quindi, interpellato anche da Hollywood quando serve un parere su film futuristici come Minority Report.

Stewart Brand è pragmatico e si limita a fotografare la realtà. Nel proprio discorso pone l'attenzione su cosa accade. Oggi la popolazione mondiale è di 6,8 miliardi, di cui 1,1 nei miliardi paesi civilizzati. Nel 2011 il 50% della popolazione vivrà nei centri urbani e ci si aspetta che la cifra salga al 61% nel 2030, tenendo presente che era al 3% nel 1800. Questo significa che i villaggi si stanno svuotando, mentre cresceranno le periferie degradate delle città, quelle che comunemente chiamiamo favelas o bidonville.

Stewart Brand
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In ogni caso, la domanda di energia elettrica sarà sempre più elevata. Vediamo allora da dove si ricava ora. A livello mondiale il 66% circa dell'elettricità è prodotta da combustibili fossili, il 16% da impianti idroelettrici ed il 15% dal nucleare, il 3% da fonti rinnovabili.

Una delle fonti più pulite sembrerebbe l'energia solare. Chiaramente è necessario decidere dove installare i pannelli. Ebbene, si potrebbe immaginare di posizionarli nel deserto. Il deserto però non è una distesa sabbiosa come tanti immaginano, è piuttosto un microcosmo di organismi viventi, con flora e fauna uniche, in grado di resistere a climi estremi. Ebbene, è necessario usare quasi 130 km quadrati di suolo per produrre 1 GW (50 sq.miles). Parlando di superfici, i dati dell'eolico sono ancora più pesanti: quasi 650 km quadrati per 1 GW (250 sq.miles). Cifre che fanno riflettere, soprattutto pensando ai dati sull'aumento di popolazione appena visti. Difficile pensare come sia possibile usare solare ed eolico per supplire ai bisogni mondiali, tra l'altro senza aver toccato l'aspetto del dove posizionare gli impianti: come ben sappiamo in Italia basta ben poco per far nascere un "comitato del no".

Una delle fonti fossili per la produzione di energia è il carbone. Ma quanto ne serve? Per avere un'idea un giorno di funzionamento di una centrale da 1GW necessita di 80 vagoni di carbone, dove un vagone può trasportare 100 tonnellate. In questo caso la centrale ogni giorno genererà 19000 tonnellate di CO2, senza contare scarti vari e polveri. Arriviamo quindi al paradosso che il più grande disastro nucleare mai avvenuto, Chernobyl, non sia stato così distruttivo come l'inquinamento che produciamo giornalmente.

Cosa fare delle scorie nucleari? Qui Stewart Brand gioca in casa, citando le 121 discariche nucleari degli Stati Uniti, ricavate anche da ex installazioni militari. E gli altri? Brand porta una serie di esempi di nuove centrali, con una in particolare che brucia essa stessa le scorie, oppure un'altra che non produce CO2 (per chi volesse approfondire l'argomento, uno dei modelli di centrale citata è la AP1000 di Westignhouse). Con la prospettiva che la fusione nucleare si avvicini sempre più.

La questione è chiara: Brand considera il nucleare come il minore dei mali. Se il problema numero uno è il clima, non si può che pensare all'energia nucleare. Forse non sarà la soluzione definitiva ma potrebbe essere l'unica per garantire energia a tutti, con un impatto ambientale minore rispetto alle altre tecnologie.

Brand conclude il proprio discorso con una considerazione. Si dice che gli ambientalisti degli anni '60 "amavano gli alberi", quelli di oggi "amano gli alberi, ma ma anche il genoma". Questo significa che bisogna essere meno romantici e più scientifici, e pensare che la scienza è sempre in evoluzione. Guardare 15 anni in avanti, e pensare come sarà il nostro mondo allora.

Dopo la conferenza, siamo riusciti a parlare brevwmente con Brand. Ci ha stupito che conoscesse la situazione in Italia, un Paese ai tempi all'avanguardia, ma che ora non ha più una tradizione di tecnici nucleari. Un paradosso infine, il fatto che Italia e Germania non utilizzino il nucleare, quando poi comprano energia dalla Francia.

A margine del post possiamo dire che siamo rimasti in contatto con Stewart Brand, ci piacerebbe che potesse nascere nei commenti una discussione interessante, e magari qualche domanda da girare direttamente a Brand. Cosa ne pensate?

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