Social Media Week Milano: slacktivism e new media al servizio del verde

Quest'anno il nostro editore Populis è media partner della Social Media Week di Milano: nella prima giornata volevamo seguire il panel sui nuovi media nel settore dell'ambientalismo, ma il nostro amico e relatore Salvatore Barbera di Greenpeace non ha potuto partecipare. Così gli abbiamo rivolto qualche domanda per capire meglio l'argomento.

Per prima cosa, presentati ai lettori di Ecoblog: un paio di righe per far capire chi sei ai lettori

Mi chiamo Salvatore, sono il responsabile della campagna Clima ed Energia per Greenpeace Italia. Ho iniziato a lavorare con Greenpeace molti anni fa come volontario. Una volta laureato in Fisica a Bologna ho deciso, come molti miei coetanei, di fare un’esperienza all’estero che mi ha portato a viaggiare con Greenpeace: India, Amsterdam, Istanbul. Sei anni nei quali ho fatto cose diverse, ma soprattutto contribuito a far crescere la presenza di Greenpeace sul web e testato varie forme di attivismo online. Sono tornato in Italia solo all’inizio di quest’anno per coordinare la campagna per il referendum contro il nucleare.

Parliamo di slacktivism e di clicktivism: tu sei un attivista "vero", quindi dovresti conoscere bene i casi in cui un click o un colpo di mouse liberano la coscienza. Credi che il web abbia aiutato un attivismo come il tuo o abbia diluito l'impegno reale in un oceano di pagine Facebook, petizioni online, e retweet?

Negli ultimi dieci anni il web ha cambiato radicalmente il mondo, il modo di interagire fra le persone e quindi anche quello di fare politica. In fondo che differenza c’è tra un like su Facebook e una firma su una petizione raccolta in piazza? Quello che conta è cercare di raggiungere le persone con dei messaggi positivi, risvegliare la consapevolezza che sono le nostre azioni a cambiare il mondo. Siamo circondati da messaggi di ogni tipo provenienti da ogni sorta di media, l’attivismo consiste nel competere con i messaggi negativi e superarli, e questo vale tanto per l’online che per l’offline.

Quali sono invece i casi in cui agire a colpi di click ha portato risultati concreti - penso a Greenpeace e alla celebre campagna gorilla - Kit Kat, per esempio? Puoi raccontarci tre episodi rilevanti di quel tipo?

Click significa consensi e ogni campagna politica ne ha bisogno. Ogni volta che siamo in grado di mostrare che abbiamo il consenso dalla nostra parte il cambiamento viene da sè. Fra le mie più grandi soddisfazioni - parlo in termini personali nel senso che ero in prima linea - sono state la campagna “Green my Apple”, con la quale abbiamo convinto la Apple Computers a dotarsi di una migliore policy per la protezione dell’ambiente (campagna che tra l’altro ha creato accese discussioni anche sul vostro Melablog). Più recentemente la campagna de “I Pazzi Siete Voi”, che ha contribuito a far sì che 25.643.652 di italiani votassero Sì al Referendum contro il nucleare. Credo tu possa capire la gioia di vedere concretizzarsi quello che fino ad un giorno prima era una valanga di like, di firme e di azioni simboliche.

Un esempio ancora più recente? La campagna Detox, portata avanti in Italia dalla mia collega Vittoria Polidori. In poche settimane, grazie soprattutto ad una mobilitazione internazionale sulla rete, i grandi brand dell’abbigliamento sportivo come Nike, Adidas, Puma e H&M si sono impegnati a eliminare le sostanze tossiche dai processi produttivi legati alla fabbricazione dei propri prodotti.

Restando su quel genere di comunicazione - la campagna Greenpace/gorilla/Kit Kat - quali sono le tre migliori campagne che hai visto negli ultimi anni? Se vuoi parto io: when you see tuna, think panda.

Di solito, in una campagna, sono i video ad attirare di più la mia attenzione. Uno bellissimo è quello di Amnesty International che ci ricorda la forza che una firma, anche online, può avere nel cambiare le cose:

Poi c’è “Stop the Clash of Civilisation”, un video di qualche anno fa che quando venne lanciato - in quel brutto periodo che fu l’era Bush - mi colpì tantissimo e che fece conoscere al grande pubblico Avaaz, una delle no-profit che lavora meglio online.

Questo invece è un esempio di video in grado di allargare la base di pubblico grazie all’ingegno della tecnica artistica.

È stato commissionato dalla campagna Stop Global Warming al Blue Man Group, un trio di artisti molto popolari. Come vedete il risultato è straordinario: guardandolo senti la voglia di fare qualcosa, percepisci a fondo quanto stupida sia la noncuranza con cui l’uomo vive il problema dei cambiamenti climatici. E tutto con un’ironia, un ritmo e una creatività che ha garantito a questa clip svariati milioni di visite.

Perché le vediamo sempre all'estero? Perché è difficile comunicare in questo modo in Italia?

Come i lettori di Ecoblog sanno bene, l’Italia è storicamente indietro per tutto quello che riguarda le politiche ambientali e di conseguenza anche per la comunicazione ambientale. Comunicare il bisogno di cambiamento in Italia è una delle scommesse più dure e interessanti che mi vengono in mente. In questo senso vorrei rivolgermi ai giovani e ambiziosi lettori di questo blog perché raccolgano questa sfida: si inizia a sentire il bisogno di una nuova generazione in grado di portare energie inedite.

Che cosa attira i creativi all'estero a lavorare per questo genere di campagne? Vengono retribuiti? O è solo una questione di libertà?

La differenza tra una campagna pubblicitaria della Coca Cola e una campagna per salvare il tonno rosso è che nel primo caso stai aiutando a vendere dell’acqua colorata con dello zucchero, nel secondo stai facendo qualcosa di cui i tuoi figli si ricorderanno. È chiaro che esiste una motivazione in più per tanti creativi a impegnarsi in campagne con un orizzonte di senso. Spesso si guadagna un po’ meno di quando si lavora per il settore “profit”, ma la soddisfazione che in genere se ne trae non è paragonabile.

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