Prima dell'apocalisse: un'inversione di rotta è ancora possibile?

Andrea Coccia ci invia un secondo pezzo dal Festival di Internazionale a Ferrara.

La letteratura abbonda di immagini dell'apocalisse. Dalle coppe dell'ira di Dio fino alla bomba con la quale il solitario disperato di Svevo si fa esplodere insieme al mondo, la fantasia umana si è confrontata da sempre con il tema dell'apocalisse, della fine del mondo. D'altronde l'Uomo, per quanto ne sappiamo, è l'unico animale che riesce a immaginare la propria morte, l'unico che ci pensa per tutto il corso della sua vita. Ma l'uomo è anche un animale comunitario, e l'allargare l'immaginario dalla propria morte a quella di tutta la propria comunità, del proprio mondo, è un'operazione che vien da sola.

Sappiamo di certo che questa fine ci sarà, possiamo cercare di immaginare come avverrà, ma fino a qualche decennio fa non immaginavamo che avremmo scoperto molto presto la risposta alla domanda su quando questo avverrà. Ora lo sappiamo: molto presto. La fine è vicina, è certo. Fino a qualche anno fa prevedevamo di avere a disposizione almeno un centinaio di anni per invertire la rotta ed evitare il collasso del nostro pianeta. Ora sappiamo che ci siamo sbagliati. Il tempo che manca alla clessidra, infatti, ora lo misuriamo in lustri, e non in tanti.

Uno degli errori fondamentali che ci ha fatto credere di avere a disposizione molto più tempo di quanto in realtà ne abbiamo è stata la convinzione, ben radicata, che questo tempo fosse legato alle risorse energetiche. Spesso pensiamo che la fine del nostro mondo sia legato al fatto che queste risorse siano troppo poche. Bene, ci sbagliavamo. Sono fin troppe infatti, ed è proprio per questo il dramma.

La matematica ci spiega questo dramma: se vogliamo che il mondo sopravviva dobbiamo evitare che l'aumento delle temperature dovute al riscaldamento globale superi i 3°. Ciò vuol dire che per restare sotto il livello di allarme non possiamo sfruttare più di un terzo delle risorse di combustibili fossili attualmente a nostra disposizione. Non occorre aggiungere altro.

Eppure se vogliamo salvare il futuro del nostro pianeta dobbiamo essere ottimisti. Basta non confondere l'ottimismo con l'imbecillità, vale a dire smettere di ricacciare la realtà fuori dalla porta. Per quanto dura possa essere, quella è la realtà che dobbiamo affrontare, non ce n'è un'altra. Chi negli ultimi anni ha provato a socchiudere quella porta e vedere sul serio cosa c'è fuori, però non sa come fare, non sa da che parte iniziare, né, ovviamente, con quali speranze.

Il faut être absolument moderne, scriveva Rimbaud. Noi ora abbiamo il compito di essere assolutamente creativi. Nei prossimi dieci anni dobbiamo aspettarci delle sorprese, catastrofi naturali, economiche, sociali, difficile immaginare lo scenario. Ma di sicuro se non saremo capaci di uscire dagli schemi che crediamo invalicabili come gabbie, il futuro non sarà roseo, semplicemente non sarà.

Per la prima volta infatti ci troviamo di fronte una congiunzione di tre grandi problematiche: da una parte ci prepariamo all'aumento vertiginoso del numero dei consumatori nel mondo - dalla Cina alla Russia, dal Brasile all'India e al Sud Africa - dall'altra al crollo delle altre economie - le nostre. Quando si affacceranno sul mercato queste centinaia di milioni di nuovi consumatori, vogliosi di recuperare il tempo perduto e quindi quasi certamente voracissimi, la nostra velocità di crociera verso la catastrofe aumenterà esponenzialmente.

Abbiamo sempre pensato di trovarci davanti una scelta. In realtà dobbiamo iniziare a abituarci all'idea che non ci sarà chiesto di decidere né se, né come, né quando cambiare. Se l'umanità supererà questa sfida vorrà dire che saremo stati in grado di immaginare un altro mondo possibile. Nel caso contrario ognuno potrà immaginare la fine come meglio crede.

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