Fallimento Durban, con Kyoto2 si salvano le apparenze ma non il clima

Durban e i suoi accordi sul clima sono stati un  fallimento

La follia planetaria che si è appena rappresentata a Durban si è conclusa. Per 15 giorni 17mila delegati di governo e ONG in rappresentanza di 190 paesi hanno non si sa bene fatto cosa se alla fine di tutto questo circo la risposta è stata: riparliamone nel 2015. Nel mentre i delegati sono saliti a bordo di migliaia di aerei spandendo ulteriormente quell'inquinamento che tanto si cerca di contrastare. Con calma però.

L'intesa a Durban in merito agli accordi di riduzione delle emissioni di CO2 arriva oltre l'extremis: ben 36 ore dopo la chiusura dei negoziati. Un vero e proprio atto di diplomazia internazionale targato Unione europea che non costringe la stampa a mettere la parola fallimento nei titoli e che lascia aperto uno spiraglio, ma piccolo piccolo di discussione. In sostanza se ne riparlerà nel 2015 con il nuovo Protocollo di Kyoto 2 che entrerà in vigore dal 2020. Di fatto l'accordo racchiude una sfilza di promesse di riduzione delle emissioni. Promesse appunto che non è detto si traducano in azioni in grado di contenere entro 2 gradi centigradi il riscaldamento globale del Pianeta.

Il protocollo di Kyoto, adottato nel 1997 e in vigore dal 2005, è ad oggi il solo trattato internazionale sui cambiamenti climatici. Imposta gli obiettivi per la riduzione dei gas a effetto serra (GHG) per circa 40 paesi industrializzati, con l'eccezione degli Stati Uniti che non lo hanno ratificato così come Cina, India e Brasile. I paesi in via di sviluppo, per la verità non furono proprio inclusi mentre nel frattempo si sono sviluppate le economie dei BRIC ossia paesi dalle economia in forte espansione e che non vogliono essere penalizzati dagli accordi di riduzione delle emissioni. Perché ricordo il binomio caro ai Paesi industrializzati: più emissioni di gas serra=più produzione di merci. La crescita dei BRIC è sostenuta da tanta energia a basso costo: per ora quella più inquinante perché ottenuta dal carbone.

A Durban, in sostanza si è deciso per un secondo periodo di accordi della durata tra i 5 e gli 8 anni (ma deve ancora essere fissato). Mancano all'appello Canada, Russia e Giappone che hanno rifiutato di rinnovare l'accordo per cui senza di loro le nuove regole si applicheranno solo al 15% delle emissioni globali.

E veniamo alla posizione dell'Unione europea che in cambio di un nuovo secondo periodo di impegni definito Kyoto 2 ha chiesto che venga delineata una nuova "road map" che però coinvolga tutti i paesi. Un accordo da firmare entro il 2015 con l'entrata in vigore dal 2020. Questo quadro è stato definito come «un protocollo, un altro strumento giuridico o una soluzione concordata di forza giuridica», formulazione sufficientemente ampia per un consenso a Durban ma diciamo neanche troppo impegnativa per questo e che dovrà essere specificata entro il 2015.

E veniamo al salvadanaio per ora vuoto del Fondo verde già ideato alo scorso summit a Cancun. I paesi che hanno sottoscritto l'accordo hanno promesso di versare in totale 100miliardi di dollari ogni anno e fino al 2020 ai paesi in via di sviluppo per aiutarli a contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici. promesse, appunto che per ora nessuno verificherà.

Via | TF1
Foto | Cop17

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