Le carceri sostenibili del Rwanda, a tutto biogas e km zero

impianto biogas carcere Rwanda

Per proteggere le foreste del Rwanda e diminuire i costi della bolletta energetica, nelle 14 carceri del Paese sono stati installati degli impianti a biogas alimentati dai rifiuti prodotti dai detenuti.

Una rivoluzione energetica che ha consentito di coprire, ad oggi, il 75% dei consumi prima assicurati dalla combustione di legname. All'interno del carcere di Nsinda vivono circa 8 mila detenuti, molti accusati di essere coinvolti nel genocidio del 1994, uno dei più sanguinosi del XX° secolo.

Oggi, sotto lo sguardo vigile delle guardie, i detenuti si riabilitano nei campi, coltivando le campagne attorno al carcere, nel distretto di Rwamagana, a sessanta chilometri ad Est della capitale, Kigali. Coltivano fagioli, mais, banane e cassava (manioca, ndr), prodotti a km zero che vengono perlopiù destinati ai fabbisogni alimentari degli stessi detenuti.

Tra di loro ci sono degli ingegneri che hanno collaborato con l'Institute of Technology di Kigali per costruire l'impianto di biogas che si trova nel retro della prigione. Nell'impianto finiscono sia i rifiuti solidi prodotti dai detenuti nelle 24 toilettes del carcere, sia lo sterco delle mucche della fattoria della prigione.

Purtroppo la dieta dei detenuti non è abbastanza ricca da produrre un gas di qualità, ma grazie al mix con i rifiuti animali si riesce a creare ugualmente un buon combustibile. Fuori dal carcere ci sono dodici digestori, capaci di immagazzinare ciascuno 100 metri cubi di biogas. La manutenzione dell'impianto e l'intero processo produttivo sono affidati ai detenuti.

La disponibilità di biogas ha eliminato in parte i rischi dell'esposizione al fumo provocato dai fuochi. Inoltre la bolletta del carcere è diminuita dell'85%, il che in un Paese poverissimo come il Rwanda non è affatto un dato trascurabile. Nel 2013 i dirigenti del carcere sperano di liberarsi del tutto dai fuochi accesi per cucinare.

Via | BBC
Foto | Flickr

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