Obama: è tempo di realpolitik energetica, in vista delle elezioni


Pain at the pump: per la prima volta anche gli americani sperimentano la sensazione di sgomento, che da mesi, anni, accoglie festosa l’italico automobilista alla pompa di benzina. In un paese abituato ad acquistare carburante a prezzi più che accessibili, il trend di continuo aumento della benzina si è rapidamente trasformato in una questione politica, al centro della campagna elettorale presidenziale. Una bella gatta da pelare per Obama, che suo malgrado ha visto il costo della benzina aumentare del 73% nel suo mandato.

Ed è così che il paladino della Green Economy ha lanciato ‘all of the above’, la nuova strategia energetica che prevede misure a favore delle rinnovabili e dell’efficienza energetiche e che introduce un importante rilancio del ricorso alle fonti fossili, con un incremento della produzione di petrolio nazionale pari al 12%. Tutto ciò nel duplice intento di arginare le bordate dei Repubblicani – che con Gingrich propugnano una deregulation delle trivellazioni – e di ridurre la dipendenza petrolifera dall’estero.

Quest’ultimo aspetto, in realtà, ha rappresentato una costante, ovviamente poco pubblicizzata, del mandato di Obama: a partire dal 2008, l’utilizzo di petrolio di provenienza estera si è ridotto di 5 punti percentuali (oggi è pari al 45% circa), mentre stime di Citigroup indicano che da qui al 2020 la produzione di petrolio e gas naturale in Nord America potrebbe raggiungere i 26,6 milioni di barili al giorno.

Tutto questo si traduce, per Obama, in una vistosa inversione di rotta, culminata nell’avallo al progetto di costruzione del megaoleodotto Keystone XL, che porterà il petrolio canadese fino al Golfo del Messico. Con buona pace di chi, come l’associazione ambientalista Sierra Club, aveva sostenuto Obama e riconosciuto in lui l’alba di un nuovo modello economico sostenibile per gli Stati Uniti.

Via| Qualenergia , Il Fatto Quotidiano
Foto | Flickr

  • shares
  • Mail
1 commenti Aggiorna
Ordina: