Dagli orti urbani all'agro-housing, il cibo della porta accanto

fattorie verticali urbane

Per sfamare una popolazione in costante e vertiginosa crescita, con 9 miliardi di individui attesi al 2050, ora siamo a quota 7 miliardi, bisogna puntare su modelli agricoli sostenibili, diffusi su larga scala e fondati su agricoltura biologica e biodinamica, autoproduzione, biodiversità agroalimentare. Parlavamo nei giorni scorsi del potenziale di fattorie verticali ed orti urbani per tenere a bada il costo del cibo. Riuscire a produrre cibo anche negli ambienti urbani, laddove vive la maggior parte della popolazione, è sicuramente la sfida più ambiziosa per un'agricoltura a basso impatto, che si affidi ad una filiera ultracorta, facilmente gestibile e controllabile dai cittadini stessi.

In Italia si contano diverse esperienze di successo di orti urbani affittati o affidati gratuitamente ai cittadini: da Comuni con meno di cinquantamila abitanti come Capannori a città densamente popolate come Roma. Qui a Pavia ci sono i 119 orti del Parco della Vernavola e la lista d'attesa dei cittadini che richiedono al Comune un pezzo di terra da coltivare si fa sempre più lunga. Un ritorno alla terra in città che nasce da diverse esigenze: la voglia di ristabilire un contatto con la natura, il desiderio di mangiare bio e di fare attività fisica all'aria aperta ed ultimo fattore, ma non certo in ordine d'importanza, la necessità di risparmiare sui costi, sempre più proibitivi, di frutta e verdura di qualità.

Oggi parliamo di un progetto che va decisamente oltre l'orto urbano: l'agro-housing. Un palazzo che punta sull'agricoltura verticale urbana, progettato dallo studio Knafo Klimor Architects. Nel 2007 si è aggiudicato il primo posto nella Living Steel – Competition for Sustainable Housing for China. Progetto ambizioso che nasce in risposta all'incremento della popolazione urbana cinese. Nei prossimi anni, secondo le proiezioni, oltre il 50% dei cinesi, in tutto la popolazione conta oggi oltre un miliardo di persone, si sposterà infatti nelle città. Addio dunque a campagne e caverne per esigenze lavorative. I nuovi arrivati avranno bisogno di assistenza, di cibo, di una qualità della vita accettabile, di lavoro. Ma le città sono pronte a sostenere un afflusso simile? Decisamente no. Già oggi lo stato degli alloggi urbani in Cina è penoso.


L'agro-housing cerca di risolvere questo problema con megacondomini che alternano la presenza di serre agli appartamenti, garantendo agli inquilini la possibilità di autoprodursi il cibo e dunque il sostentamento, ma anche la possibilità di venderlo, fornendo dunque un reddito sicuro o un'integrazione al reddito da altri lavori. Ogni appartamento ha a disposizione dieci metri quadrati di spazio in serra. I sistemi di irrigazione sono a risparmio idrico, si avvalgono infatti dell'irrigazione a goccia, metodo che prevede la somministrazione dell'acqua direttamente alla radice delle piante, più costoso dal punto di vista infrastrutturale, ma decisamente più conveniente, a lungo termine, dei sistemi per allagamento o scorrimento che sprecano enormi quantitativi d'acqua, anche a causa dell'evaporazione e del vento.


Per irrigare viene utilizzata l'acqua piovana dei serbatoi di raccolta così come le acque grigie riciclate. Gli inquilini possono dedicarsi all'agricoltura nel tempo libero, utilizzare la frazione organica dei rifiuti domestici come compost, coltivare prodotti sani letteralmente a due passi da casa. L'edificio è passivo: sfrutta la ventilazione naturale, si avvale di riscaldamento e raffrescamento solare e di un sistema geotermico per la regolazione delle temperature.

Potremo ammirare il progetto finito a Wuhan, in Cina, nel 2015. Conterà 150 appartamenti, un asilo, un club e ovviamente le serre multipiano. Un progetto che non fa una piega sulla carta: resta da vedere, a costruzione ultimata, quale sarà l'effettiva capacità produttiva di queste serre: i costi e lo spazio occupato (10 mila metri quadrati) varranno la candela? E ancora: la coltivazione in fattorie verticali all'interno dei palazzi è un'alternativa sostenibile su larga scala, su piccola sì, e può sostituire il contatto con la terra e la vita all'aria aperta? Di certo l'agricoltura urbana verticale è una risposta comune, in diversi Paesi densamente popolati, allo stesso angoscioso problema: come sfamare una popolazione urbana in costante crescita, riducendo il peso dell'agricoltura intensiva nelle campagne circostanti e l'impatto del trasporto dei cibi ed abbattendo di conseguenza i costi dei prodotti agroalimentari e le emissioni.



Foto | Courtesy of Knafo Klimor Architects

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