Le emissioni dell'industria alimentare, dal latte alla carne bisogna intervenire su consumi e sprechi

sprechi alimentari

La zootecnia, la pesca, l'agricoltura forniscono le materie prime a quel grande organismo onnivoro che è l'industria alimentare, sempre più affamato ed aggressivo. Da lì arrivano i prodotti trasformati e lavorati che compriamo e consumiamo, ma nei processi produttivi su larga scala abbondano gli sprechi e l'attenzione rivolta alla quantità piuttosto che alla qualità sta portando il sistema al collasso.

Ci si concentra tanto sulle emissioni delle automobili, come è giusto che sia, perché investire in mobilità sostenibile sicuramente migliora la qualità dell'aria e della vita dei cittadini, abbattendo i costi delle malattie respiratorie e dei ricoveri. Non bisogna però dimenticare che anche sprecare cibo ed adottare consumi insostenibili vuol dire aumentare le emissioni.

Lo spiega bene un recente studio pubblicato su Nature Climate Change, a cura dei ricercatori dell'Università di Edinburgo.

Prendiamo il latte, ad esempio, bevanda diffusa nel mondo occidentale anche in età adulta, per fare colazione o come ingrediente di altre pietanze. In Gran Bretagna ogni anno vanno sprecate 360.000 tonnellate di latte, l'equivalente di 100.000 tonnellate di gas serra o se preferite un esempio più pratico l'equivalente delle emissioni annue di 20 mila automobili.

I ricercatori spiegano che l'industria alimentare offre molti margini di intervento per la riduzione delle emissioni nell'intera filiera. Partendo dai campi, dove gli agricoltori, oggi in crisi, potrebbero ridurre l'impatto ambientale, utilizzando meno fertilizzanti e pesticidi, adottando la lotta biologica e la rotazione delle colture, ad esempio. Ma anche metodi di irrigazione a risparmio idrico come l'irrigazione a goccia e la subirrigazione. L'industria di trasformazione dovrebbe, dal suo canto, ridurre gli sprechi e rendere più efficienti e meno dispersivi i processi produttivi. I consumatori, dal canto loro, possono contribuire a ridurre le emissioni, evitando di acquistare cibo in eccesso e riducendo gli sprechi.

allevamenti

Anche ridurre il consumo di carne è una misura incisiva: pensate che se nei Paesi occidentali si portasse il consumo di pollo dal livello attuale di 26 kg all'anno pro capite alla media giapponese di circa 12 kg entro il 2020, le emissioni globali del pollame scenderebbero al di sotto dei livelli attuali, nonostante un aumento della produzione di pollame nei Paesi in via di sviluppo. Una misura che ridurrebbe le emissioni di protossido di azoto, un gas serra chiave, provenienti da questo settore di ben il 20 per cento.

La popolazione continua a crescere e ha fame. Solo intervendo sui consumi e sui processi produttivi sarà possibile arginare il riscaldamento globale e lo sfruttamento insostenibile delle risorse naturali, evitando di trovarci un giorno, ancora una volta, a constatare il default delle risorse ed a piangere sul latte versato in una terra sempre più desolata e, quel che è peggio, sempre più densamente popolata ed affamata.

Foto | Flickr; friendsoffamilyfarmers

  • shares
  • Mail