Bioeconomia, rinunciare alla crescita per l'equilibrio

code chilometriche Cina

Siamo a Terra Futura, amici di Ecoblog e come promesso qualche giorno fa cercheremo di seguire il filo d'Arianna di questa edizione, lavoro e sostenibilità, intrecciandolo alle nostre riflessioni, ansiosi di perderci in un nuovo habitat umano, più positivo e sostenibile, di cui avvertiamo un gran bisogno.

Sulle nostre pagine trovano spazio da sempre i temi della decrescita felice, dello sviluppo sostenibile, dei consumi consapevoli. E da tempo ci chiediamo se sia il caso o meno, al livello di degrado ambientale ed economico in cui versiamo, di continuare a crescere, per quanto in modo sostenibile, o piuttosto se non ci convenga decrescere per uscire dalla crisi economica senza intaccare i già fragili equilibri ecologici.

Trovare un'alternativa ai modelli di uso e consumo delle risorse attuali non è più soltanto una questione etica, di rispetto per l'ambiente e di gestione razionale dei beni naturali: è una strada necessaria per tornare a misurare la ricchezza con indicatori di benessere reale e felicità, cosa che abbiamo smesso di fare da tempo basandoci esclusivamente e a torto sul calcolo dei consumi e sulla generazione di reddito.

A riguardo, nel corso del convegno Bioeconomia: nuovi criteri di produzione e consumo, che ho seguito questo pomeriggio, Francesco Bertolini, presidente del Green Management Institute, economista della Bocconi, ha spiegato senza troppi giri di parole cosa significherebbe continuare a crescere ai ritmi pure ritenuti sostenibili fino a qualche decennio fa: del 3-4% nei Paesi sviluppati e del 5-6% nei Paesi in via di sviluppo:


  • Continuare a sfruttare i territori sottosviluppati;

  • utilizzare le risorse delle generazioni future.

Per uscirne non ci resta che rinunciare all'economia della crescita sostituendola con l'economia dell'equilibrio. Una bioeconomia capace di accettare i limiti imposti dalla natura e di non produrre nuovi bisogni. E qui ecco spuntare un altro punto per ripartire interessante. Su Ecoblog spesso vi abbiamo messo in guardia dalla marea di oggetti abbastanza inutili se vogliamo e poco resistenti, in vendita a prezzi accessibili ai più. Bertolini ha ricordato non a caso che la pubblicità ha il secondo bilancio mondiale dopo gli armamenti. Ci spinge a desiderare ciò che non abbiamo per essere felici.

Inoltre, l'industria stessa dei beni di consumo programma gli oggetti per durare un tempo determinato. Bertolini ha fatto l'esempio delle scarpe da ginnastica, strutturate per resistere un tot numero di chilometri. Senza contare che oggi, e di questo certamente ci siamo resi conto ahinoi da tempo, è difficile trovare sia pezzi di ricambio che riparatori. E se li troviamo il costo non vale la candela, ovvero l'acquisto di un oggetto nuovo.

Un circolo vizioso che ci tiene in trappola generando continuamente nuovi bisogni. Bisogni che non sono reali ma costruiti. Un circolo vizioso da cui bisogna necessariamente uscire, da consumatori ma prima di tutto da produttori, puntando su bioprodotti (prodotti a ciclo corto del carbonio), rinnovabili e generati dal riutilizzo della parte biodegradabile dei rifiuti urbani ed industriali. Questa è l'unica strada perseguibile. E a proposito di strade, per una visione immediata del nostro attuale modello di crescita e sviluppo, ci basti pensare alla coda di cento chilometri che si è formata in Cina qualche settimana fa: ecco, la soluzione ad un ingorgo simile, per l'economia fondata sulla crescita, è la costruzione di una quinta, di una sesta corsia. Potremmo andare avanti all'infinito, occupando sempre più spazio e sempre più risorse. Un modello evidentemente insostenibile ed improponibile alle nuove generazioni.

Foto | Flickr

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