Il fair trade aiuta i poveri?

Why ethical shopping harms the worldLa critica di oggi che l'Economist muove al fair trade (ragazzi, ne ho ancora parecchie in attesa di pubblicazione, abbiate pazienza!) arriva per bocca di Mr Wille del Rainforest Alliance: "solo le cooperative di piccoli produttori possono vendere i propri prodotti nel circuito del mercato equo, cosa che impedisce alla maggior parte dei lavoratori delle grandi piantagioni di accedere alle condizioni privilegiate. Il fair trade e' un'opportunità per pochi fortunati e fallisce nell'aiutare la maggior parte dei bisognosi."

Rainforest Alliance ha una sua strategia per rendere giustizia ai produttori del sud del mondo: invece di garantire un prezzo equo, offre formazione, consulenza e credito agevolato affinché i produttori siano in grado di competere in qualità con le multinazionali. I compratori dovrebbero preferire il caffè con il marchio Rainforest Alliance per le sue qualità organolettiche, per soddisfare il proprio gusto, non per mettere a tacere la coscienza facendo beneficenza.

Non che ci sia del male nel voler fare della beneficenza, ma i produttori stessi, messi di fronte alla possibilità di ricevere sussidi e dipendere dalla generosità delle ONG oppure di buttarsi nel mercato e prendere i consumatori per la gola... ecco, preferiscono la seconda opzione.

Questi argomenti sono in parte condivisi anche dai padri fondatori del fair trade: Frans Van der Hoff e Rico Roozen, che stanno puntando a sviluppare, ad esempio, una linea di abbigliamento fair che risponda al gusto occidentale. A parte la dignità di chi produce, anche da un punto di vista economico la cosa ha un suo motivo di essere: gli europei che vogliono vestire "peruviano" per mostrare in modo esplicito la loro eticità sono meno di quelli che comprano blue jeans e hanno, comunque, molti altri modi per testimoniare i propri valori.

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