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Alimentazione

Cernobyl, ancora oggi si pagano le conseguenze


Dopo 13 anni dall’incidente di Cernobyl ancora 7 milioni di persone sono esposte a rischio contaminazione radioattiva. Legambiente e Gruppo dei Verdi/ALE al Parlamento europeo hanno presentato il dossier dell’associazione ambientalista sulle conseguenze del disastro nucleare. Secondo il rapporto la maggiore fonte di pericolo arriva, oggi, dal cibo prodotto nelle aree colpite dall’esplosione, in cui si registrano alte quantità di Cesio137 e sono circa 4.000 le persone che potrebbero ancora morire per l’esposizione alle radiazioni dovute all’incidente.

Un esempio viene da Lucia Venturi, responsabile scientifico di Legambiente: “Nelle patate si trovano valori di concentrazione di Cs137 in media pari a 4 Bq/kg, con un massimo rilevato nel villaggio di Marhlevsc (13 Bq/kg), mentre nel latte e nel pesce di fiume si mantiene rispettivamente intorno a 5 Bq/L e 18 Bq/kg. Nella carne bovina i valori variano fra 6 e 17 Bq/kg. Il dato di Cs137 rilevato nella selvaggina conferma il pericolo della caccia nelle zone più contaminate”.

La cosa, a me, non è molto chiara vista la mia formazione scarsamente chimica, ma tutti questi numeri e letterine mi spaventano. Rimane il fatto che di fronte a questi dati l’associazione punta il dito verso “i governi locali e la comunità internazionale – ha detto Maurizio Gubbiotti, responsabile del dipartimento internazionale di Legambiente – che destinano sempre meno risorse, assistenza e sostegno alle popolazioni colpite, minimizzando rischi e conseguenze possibili”.

Dopo 13 anni Legambiente ha interrotto la sua campagna di accoglienza in Italia dei bambini provenienti dalle aree contaminate. “Vogliamo dare – hanno precisato Angelo Gentili, responsabile del progetto Cernobyl di Legambiente e Roberto Rebecchi, responsabile cooperazione di Legambiente Solidarietà – un forte segnale di discontinuità verso una politica dell’accoglienza che presenta lacune e limiti preoccupanti, e concentrarci invece sui progetti di cooperazione e risanamento in loco. Sono 298.000 i bambini residenti in zone contaminate della Bielorussa che avrebbero diritto a progetti di risanamento sul territorio nazionale o all’estero, per uno o due mesi all’anno a seconda del livello di contaminazione del luogo di residenza. Nel 2005 solo il 18,79% di loro ha beneficiato di un soggiorno all’estero. E’ evidente quanto sia elevato il numero di bambini rimasti esclusi da questi programmi”. Come dire, meglio poco che niente.

[Silvia]

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