Cannabis terapeutica, la coltivazione della marijuana in Italia

Il dibattito sulla cannabis terapeutica è ormai febbrile e l'argomento liberalizzazione dei farmaci cannabinoidi è ormai presente sui tavoli di molti amministratori regionali; l'ultima regione a dare il via libera ai farmaci derivati dalla cannabis è il Veneto verde Lega, che ha approvato all'unanimità in Commissione Sanità il provvedimento forse più "liberal" in Italia in materia di cannabis.

Sono oggi quattro le regioni in cui è possibile fare richiesta per ottenere infiorescenze di cannabis per alleviare le proprie sofferenze: Puglia, Toscana, Liguria (la cui legge regionale è tuttavia stata impugnata) e, appunto, Veneto; quest'ultima inoltre non si accontenterebbe di fornire ai malati farmaci cannabinoidi, ma punterebbe a creare una filiera di produzione nella zona di Rovigo.

Certo, il balzo in avanti è osteggiato sia dai soliti noti, propinatori da lustri di teorie proibizioniste assolutamente antiscientifiche, ma anche, nel caso ligure, dal Consiglio dei Ministri; stando ad una nota di Palazzo Chigi, il Cdm avrebbe impugnato

La legge Regione Liguria n. 26 del 3 agosto 2012 «Modalità di erogazione dei farmaci e delle preparazioni galeniche a base di cannabinoidi per finalità terapeutiche» in quanto contiene alcune disposizioni in contrasto con le norme statali di principio in materia di tutela della salute.

Stando a quanto spiegato dal governo la legge regionale ligure conterrebbe alcune criticità:


  1. La dicitura "preparazione galenica" cui fa riferimento la normativa è obsoleta.
  2. La qualificazione e la classificazione dei farmaci nonchè la dispensazione, che spetta allo Stato e non alle Regioni.
  3. La convenzione tra Regione Liguria e lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze (dove verrebbe prodotta la cannabis), che non convince il governo perchè lo Stabilimento non è in possesso delle autorizzazioni specifiche.
  4. Le modalità di rimborso non in linea con quelle del Servizio Sanitario Nazionale.

Siamo dunque ancora lontani dalla luce in fondo al tunnel dell'oscurantismo proibizionista, nonostante la ricerca scientifica e il senso comune abbiano intrapreso ormai una direzione piuttosto chiara, diametralmente opposta a quella vigente in Italia.

La coltivazione di cannabis terapeutica sul suolo nazionale permetterebbe un contenimento notevole dei costi, visto e considerato che oggi i farmaci cannabinoidi (che altro non sono che infiorescenze essiccate di cannabis) vengono importati da paesi come l'Olanda con costi spesso anche tre volte superiori all'originale.

Produrre cannabis terapeutica in Italia significherebbe non solo un passo da gigante dal punto di vista culturale ma anche dal punto di vista economico (fino agli anni 30 l'Italia era il maggior esportatore mondiale di canapa e derivati).

Il clima del Belpaese è infatti ideale per la coltivazione in filiera della cannabis e per ottenerne una dimostrazione basta guardare il volume dei sequestri operati dalle forze dell'ordine: migliaia di tonnellate solo nel 2012, a dimostrazione di quanto il clima italiano sia l'ideale per la coltivazione di una pianta dai molteplici usi e che potrebbe rappresentare un'ottima occasione di business in numerosi settori: farmaceutico, edile, tessile, manifatturiero, cartiero, ludico: milioni di euro che vengono, ad ogni sequestro, gettati negli inceneritori.

Una battaglia che numerose associazioni (come l'Associazione Luca Coscioni) portano avanti nell'ottica della libertà di ricerca scientifica e di libertà terapeutica per i malati, anche con iniziative di disobbedienza civile: la parlamentare radicale Rita Bernardini coltiva infatti alcune piante di cannabis (seminate nel corso di una conferenza stampa alla Camera qualche mese fa) proprio per far balzare alle cronache l'annoso problema del proibizionismo, che più che danni fino ad oggi altro non ha fatto.

Foto | Flickr

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