Taranto, ultimatum dalla procura: tra 5 giorni si spegne tutto

Stop all'Ilva: il provvedimento notificato ieri sera ai custodi ed al Presidente del Cda Bruno Ferrante dello stabilimento ex Italsider di Taranto sembra lasciare ben pochi margini di trattativa, decretando lo spegnimento degli altiforni 1 e 5, la dismissione e la bonifica dell'altoforno 3, il fermo di 7 batterie della cockeria ed altri interventi nel reparto acciaieria.

La risposta della Procura di Taranto alle segnalazioni dei custodi tecnici è piuttosto definitiva e lascia poco spazio alle interpretazioni, ma molto alle dietrologie: l'azienda, nel braccio di ferro con i magistrati, dovrà ora fare veramente sul serio anche perchè il costo dello spegnimento degli altiforni e della loro riattivazione è altissimo, così come quello delle bonifiche e delle perdite in termini di produzione e fatturato.

Il senso dell'ultimatum è: o i forni li spegne l'Ilva o questi verranno spenti da una ditta esterna, con la differenza che nel secondo caso i vertici dell'azienda dovranno rendere ulteriormente conto in tribunale.

Quanto sopra affermato è piuttosto chiaro nel provvedimento della procura:

In caso di inottemperanza a tale ultima disposizione i custodi amministratori Barbara Valenzano, Emanuela Laterza e Claudio Lofrumento si avvarranno della facoltà di nomina di ausiliari già loro concessa procedendo senza ulteriori indugi e osservando comunque tutte le cautele del caso, segnalando eventuali rifiuti, omissioni o abusi a questa Procura per tutte le possibili valutazioni del caso, anche di tipo penale.

Il provvedimento nasce dagli incontri infruttuosi tra la procura (il dott. Franco Sebastio), i custodi e i vertici Ilva, che sono stati accusati di scarsa collaborazione con la magistratura nella risoluzione dell'emergenza ambientale (se così possono essere definiti più di 40 anni di inquinamento indiscriminato)

La prima reazione alla notizia è stata del Ministro dell'Ambiente Corrado Clini che ha definito "impossibile" l'operazione di spegnimento nei termini richiesti dal provvedimento:

Lo spegnimento non si può fare in cinque giorni perché si tratta di un impianto molto complesso, tant'è che la procura chiede l'avvio dei processi.

Nel tentativo di gettare acqua sul fuoco, il ministro Clini ha anche annunciato la presentazione dell'Aia (Autorizzazione Integrata Ambientale) nel giro di pochi giorni, dal ministero si vocifera il 9 ottobre prossimo, prima quindi della decorrenza dei termini prevista dai magistrati tarantini.

La città di Taranto intanto è letteralmente spaccata in una tarantella dei pezzenti: operai che protestano perchè vogliono continuare a lavorare (in sicurezza, ovvio) contro operai che protestano per i veleni che ogni giorno respirano loro e tutti gli abitanti della città, chi vuole spegnere tutto e chi vuole garanzie per la messa in sicurezza, chi ha ragione contro chi ha ragione; in questa lotta fratricida a farci le spese è la collettività, abbandonata a se stessa dal lassismo istituzionale, dalla sanità al collasso, dall'azienda incapace di fornire le minime garanzie volte a tutelare la salute pubblica e l'occupazione dei 15mila dipendenti Ilva.

La sindacalizzazione della politica, a Taranto in questo caso ma più macroscopicamente in tutto il Paese, altro non ha portato che drammi ambientali ed occupazionali come quello della città pugliese dell'acciaio: non può esistere oltre lo scontro padrone/lavoratore, che dovrebbe, deve, diventare una collaborazione nel comune interesse di tutela del lavoro e della salute pubblica.

Quello di Taranto, infine, non è un problema pugliese, ma nazionale prima ed europeo in secondo luogo: la città che produce l'acciaio presente in tutte le aziende italiane, che fornisce il 40% dell'acciaio italiano: se bloccata nella produzione è evidente il problema economico che ne deriverebbe per molti, che dovranno acquistare l'acciaio, a prezzi decisamente più alti, altrove.

Via | Ansa

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