Quanto è sostenibile l’acquacoltura? Intervista al prof. Tibaldi (Slow Food)

ecologia dell'acquacoltura: pesci sani e mare pulito
“L’acquacoltura è un metodo di allevamento sostenibile dal punto di vista ambientale”. E’ un’affermazione che ho ritrovato spesso nelle mie ricerche in occasione del rapporto sull’etichettatura del pesce di MDC di cui abbiamo scritto qualche tempo fa. L’acquacoltura sembra essere sostenibile sia perché concorre a ridurre lo sforzo della pesca, sia perché contribuisce alla salvaguardia delle risorse biologiche ed ambientali delle aree interessate. Non troppo convinta ho pensato di chiarirmi le idee con un esperto: il prof. Ettore Tibaldi di Slow Food (docente di zoologia dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e Colorno).

I recenti allarmi sul rischi di estinzione di alcune specie ittiche potrebbero indurci a pensare che l’acquacoltura possa contribuire a preservare le risorse marine. Gli allevamenti consentono di pescare solo la quantità di pesce realmente richiesta dal mercato. E’ così sostenibile l’allevamento ittico?

Esiste di certo una complementarietà tra pesca e allevamento di organismi del mare. Questa funziona particolarmente bene quando la riproduzione dei pesci e di altri organismi marini sono affidate a Enti non strettamente collegati al mercato dei prodotti ittici che è particolarmente avido, aggressivo e orientato al profitto immediato. Accade che alcuni allevamenti possano consentire di rifornire regolarmente e i mercati nella qualità e quantità richiesta, ma l'acquacoltura moderna non è né sarà onnipotente. Solo alcune specie sono allevate e non sempre queste sono a rischio di estinzione. La spigola e l'orata non sono specie minacciate, eppure sono tra i pesci più comuni negli allevamenti. Il tonno rosso, molto richiesto sul mercato e ridotto a rischio di estinzione non è allevabile. Alcuni esemplari di piccola taglia sono catturati e fatti crescere fino a raggiungere taglie interessanti per il mercato, ma non si tratta di acquacoltura vera e propria perché la riproduzione non è sotto il controllo dell'allevatore. Il che accade anche per le anguille. Molte delle informazioni relative a questa problematica posso essere utilmente trovate in un recente volume di Slow Food editore, di N. Greco e C. Scaffidi, "Guarda che mare", Bra 2007.

E al benessere del pesce negli allevamenti, ci pensa qualcuno? Perché non esiste una normativa sulla densità nelle vasche?

Il benessere negli allevamenti intensivi è impossibile, sia in terra sia in acqua. Il caso più importante e più impressionante riguarda l'allevamento di Penaeus monodon il "Black Tiger Shrimp" che troviamo surgelato in tutti i punti vendita italiani e proviene soprattutto dalla Thailandia. Le vasche che ho visitato due anni fa erano così ricolme di questi gamberi da esigere la somministrazione in acqua di antibiotici, vitaminici, preparati contro la formazione di schiume, antisettici e disinfettanti fino a rendere, nel giro di pochi anni, inabitabili e quindi inutilizzabili le vasche tutte scavate all'interno di un ecosistema prezioso come la foresta a mangrovie. La superficie occupata dalla vasca non è più riconquistata alla vita della foresta per almeno una trentina d'anni. Le norme relative alla densità non sono operative perché molti tecnici confidano sul fatto che basti ricambiare rapidamente l'acqua per assicurare l'abitabilità delle vasche, ma non è sempre così. L'ecosistema naturale deve essere sempre una situazione non dico da imitare fedelmente, perché sarebbe troppo antieconomico, ma certo a cui ispirarsi continuamente, per progettare sistemi di acquacoltura sostenibile.

Proprio come il caso delle vasche dei gamberi, per tutti gli allevamenti intensivi si pone il problema dello scarico delle acque ricche di rifiuti di cibo e di feci. Quale l’impatto di queste immissioni? Quali le soluzioni?

La legge richiede a chi utilizza le acque di restituirle in condizioni buone, simili a quelle che erano presenti prima della captazione. In realtà molti allevamenti intensivi, prima di tutto le gabbie di salmoni nel Mare del Nord, scaricano feci e mangime inutilizzato in grande quantità danneggiando l'ecosistema e determinando condizioni di totale insostenibilità. L'effetto sull'ambiente sulla salute è quello ben noto per altre forme di inquinamento organico: caduta della concentrazione dell'ossigeno in acqua, pullulare di germi, potenziali rischi per la salute del consumatore finale. Le soluzioni sono ampiamente disponibili in tutto il mondo. Si tratta di disporre di allevamenti di più specie invece che di una sola e estensivi invece che intensivi. Un catalogo immenso di buone pratiche è disponibile ovunque, basta sapere e volere.

Esistono sistemi di certificazione volontaria?

Esistono sistemi di certificazione, forse troppi. Tutti sono a base volontaria, nel senso che tutti si basano su spontanee e si spera dichiarazioni veritiere dei produttori. IFOAM, la Federazione internazionale degli organismi che si occupano di agricoltura biologica ha prodotto delle linee guida piuttosto buone, che sono seguite in tutto il mondo. La Fao , con il suo Fisheries Department, lavora su questo tema e orienta i produttori con studi talvolta utili ed efficaci. Le etichettature che si hanno sono sovente poco osservate e poco conosciute anche perché si sommano ad altre (modalità di pesca, paese di produzione, area di allevamento o di pesca secondo il Codice Fao, ecc.), e i mercanti talvolta ne occultano alcune per ottenere prezzi più elevati, essendo il pesce allevato di solito meno caro di quello pescato. Può accadere così che un pesce allevato magicamente si trasformi, prima di giungere sul banco di vendita e di là al consumatore, in pesce selvaggio.

Nell’allevamento intensivo è l’uomo a decidere somministrare il cibo alle specie allevate, intervento che non avviene nell’estensivo. Quali sono gli alimenti utilizzati nel ciclo produttivo dei pesci d’acquacoltura?

Questo il punto debole, debolissimo, della moderna acquacoltura industriale. Si pescano pesci per produrre farina di pesce che è utilizzata per nutrire altri pesci. Uno spreco imperdonabile. Nella zootecnia moderna, che è un terribile esempio di errori tecnici e economici ripetuti sugli stessi territori per decenni, un'assurdità di questo tipo non è mai stata raggiunta. Non si allevano animali per nutrire altri animali! Quando in parte questo si è tentato di fare, avviando farine animali alla nutrizione dei bovini, si sono avute le giuste preoccupazioni derivanti dai casi di "Mucca pazza".

Non crede che i consumatori dovrebbero sapere se stanno acquistando un prodotto allevato a livello estensivo o intensivo?

I diritti dei consumatori sono ben più ampi. "Mangiamolo giusti" è stato l'invito che l'ultima edizione di Slow Fish ha rivolto ai consumatori. Per scegliere il pesce "giusto" occorre che le etichette siano più leggibili e più dettagliate. Inoltre occorre anche che gli operatori dei mercati si avvicinino di più ai consumatori assistendoli nella scelta e cercando di comprendere che la sopravvivenza delle risorse acquatiche è legata alla competenze coscienza delle scelte che i consumatori fanno. Se non comprenderanno questa prospettiva si troveranno tra pochi decenni con i negozi vuoti, senza pesci da vendere e senza consumatori da aiutare. E l'umanità intera si troverà senza sapere che pesci pigliare.

» Slow Food

  • shares
  • Mail
2 commenti Aggiorna
Ordina: