Economist: W il mercato del carbonio!

Speciale dell'Economist sul settore privato alle prese col riscaldamento globaleOggi continuiamo a spulciare lo speciale ambiente dell'Economist e parliamo di “mercato del carbonio” o “borsa delle emissioni” per gli amici.

La borsa delle emissioni è presentata dalla rivista come il futuro della lotta ai gas serra, lo strumento da potenziare per vincere la battaglia climatica. Credo che l’Economist abbia ragione: il mercato del carbone è l’unico strumento di riduzione delle emissioni credibile e realisticamente applicabile. Questo post lo dedico quindi alla spiegazione del suo funzionamento in concreto. Capita infatti di sentir parlare di borsa delle emissioni, ma a volte è difficile capire come questa borsa funziona in pratica e quali risultati ottiene.

Nel mercato delle emissioni si scambiano diritti di inquinare: certificati che attestano che un certo numero di tonnellate di CO2 non sono state emesse nell’atmosfera dal venditore e che possono pertanto essere emesse dall’acquirente. A monte di questi certificati va fatta dunque un’allocazione delle tonnellate di CO2 emettibili da ogni impianto obbligatoriamente sottoposto al sistema di limitazione dei gas serra. E’ a questo che servono i piani pluriennali di allocazione delle emissioni, come il PNA italiano recentemente approvato dalla Commissione europea.

Le borse delle emissioni consentono di andare a ridurre le emissioni laddove è più conveniente farlo, invece che accanirsi su quegli impianti o luoghi dove per abbattere la CO2 emessa si dovrebbero affrontare costi spropositati. Il mercato del carbonio consente quindi di livellare il prezzo della riduzione globale di emissioni di gas serra. Il principio base è il sacrosanto “chi inquina paga”: viene cioè messo un cartellino del prezzo al carbone rilasciato nell’atmosfera, sulla base dell’assunto che rilasciando gas serra si fa un danno all’ambiente che va risarcito. Per l’esattezza poi, i soldi pagati vanno a finanziare la riduzione del danno ambientale, innestando quindi un ciclo virtuoso senza che lo Stato sia coinvolto in alcun modo nella gestione dei fondi.

Possiamo dirci orgogliosi di essere europei, perché il primo sistema locale di scambio delle emissioni è nato proprio nell’Unione europea, ed è lo European Emissions-Trading Scheme (ETS), che è entrato in vigore il primo gennaio 2005.

Come ha funzionato, nei suoi primi anni, questo sistema per lo scambio di quote di emissioni?

L’Economist si guarda indietro e conclude che i primi tre anni sono stati anni di rodaggio, in cui la Commissione, che ha l’ultima parola sull’assegnazione delle quote di emissione, doveva calibrare il tiro. All’inizio, l’esecutivo europeo ha assegnato alle industrie troppe quote, col risultato che il prezzo dei certificati della prima tornata (2005-2008) è crollato a partire dal 2006, quando ci si è resi conto che i certificati disponibili sul mercato erano troppi. In pratica, l’eccessiva offerta di certificati ne ha fatto crollare il prezzo e il risultato ambientale è stato nullo. Infatti, più i certificati costano e più è conveniente ridurre le emissioni.
Nella seconda tornata però la Commissione ha imparato la lezione ed ha assegnato quote realistiche, disponendo di dati migliori sulla situazione europea delle emissioni. La Commissione ha inoltre collegato il proprio sistema al sistema internazionale stabilito dal Protocollo di Kyoto e chiamato CDM (Clean-Development Mechanism). In questo modo, le industrie europee possono comprare certificati anche dai paesi in via di sviluppo (PVS). Per garantire che i certificati di questi paesi non vengano “taroccati”, il CDM richiede che le quote dei PVS vengano certificate dall’ONU. Sul mercato europeo potranno quindi arrivare certificati extra-europei, chiamati CER (“Certified Emissions Reductions”). Il fatto che i nostri soldi vadano nei PVS consente di finanziare progetti che nel terzo mondo avvantaggiano la popolazione locale e l’ambiente. Un esempio è quello della produzione di biogas dagli escrementi dei maiali, progetto che si qualifica perfettamente per i CER.

Oggi il mercato del carbonio vale €22,5 miliardi ed il sistema europeo ne rappresenta l’80%! Di questi, l’anno scorso, €4 miliardi, equivalenti ad una riduzione di 562 milioni di tonnellate di CO2, sono andati ai PVS.

Ma sul versante dei risultati concreti, l'Europa ha ottenuto una riduzione delle emissioni?
La risposta è no, anche se, all’apice dei prezzi dei certificati verdi, ci sono stati casi di centrali elettriche convertite a carburanti meno inquinanti (passaggi da lignite al gas). In generale però, il prezzo dei certificati è ancora troppo basso. L'errore risale dunque al momento della distribuzione delle quote, in sede di approvazione dei PNA. Ma il sistema funziona e siccome il riscaldamento è globale non importa dove vengono ridotte le emissioni, basta che esse vengano effettivamente ridotte.

Sembra comunque che la Commissione, col prossimo piano di allocazione delle emissioni (2008-2012), abbia preso delle decisioni forti in merito ai PNA e che quindi il prezzo dei certificati si avvii ad essere sufficientemente alto, quanto basta perché le emissioni non calino solo a livello globale, ma anche in Europa.

Via | The Economist (2 giugno 2007)

» Mercato del carbonio, uno sguardo all'Emissions Trading europeo di Renato De Filippo su ambientediritto.it
» Nasce la Borsa delle emissioni su ecoblog

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