L'uomo e il mare, la pesca sostenibile del tonno alle Maldive

Le foto scattate da Paul Hilton per Greenpeace alle Maldive testimoniano un approccio alla pesca da Il vecchio e il mare: un pescatore prova a catturare un pesce senza reti e altri metodi di cattura di massa. Uno contro uno eppure uniti dalla stessa lotta naturale, armonica. Un pesce per volta pescato con la canna perché è quanto basta a sfamare la sua famiglia. Prendere non tutto quello che il mare ha da offrire, ma quello che serve per vivere di un patrimonio che, seppur apparentemente immenso, ha bisogno di tempo per rigenerarsi e garantirci ancora risorse.

Siamo ben lontani dagli scaffali pieni di scatolette di tonno, molte delle quali scadranno prima di essere consumate. E siamo ben lontani anche da quella pesca certificata sostenibile che poi così sostenibile non è, come hanno avuto modo di denunciare gli ambientalisti di The Black Fish.

I pescatori maldiviani operano con un metodo fortemente selettivo e poco dispendioso di risorse: stanno fianco a fianco sulla barca (l'imbarcazione tipica chiamata Dhoni), utilizzano delle esche appena pescate e le canne da pesca.

Il loro bottino non è minimamente paragonabile in quantità a quello dei grandi pescherecci ma basta a fornire cibo alle famiglie ed in gran parte viene venduto per trarne profitto. Nient'altro viene pescato a parte il tonno. Nessun'altra specie finisce accidentalmente sulla barca.

Le Maldive non consentono ai pescherecci stranieri la cattura dei tonni nel raggio di 200 miglia nautiche dal litorale, eppure anche a questa distanza, come denunciano i pescatori maldiviani e confermano i biologi marini, l'impatto della pesca industriale indiscriminata ha effetti devastanti sulla pesca locale.

Se peschiamo con le reti - spiega Ahmed Zahir Lainofaruge (nella foto a sinistra), pescatore di 36 anni che sogna una barca tutta sua- i pesci spariranno e non ci sarà più pesce da pescare domani.

Frase che testimonia il rapporto profondo degli abitanti delle Maldive con l'oceano, un legame improntato al rispetto e rivolto al futuro, non soltano all'oggi: sanno che se falliscono a preservare gli equilibri ecosistemici il mare non potrà più fornirgli sostentamento e vita. Eppure proprio le Maldive sono tra le isole più minacciate dall'innalzamento dei livelli dei mari causato dal riscaldamento globale. Gli effetti dei cambiamenti climatici hanno una portata immensa ed arrivano ad intaccare anche paradisi virtuosi, malgrado gli sforzi delle popolazioni locali.

Poco si può fare per preservare gli equilibri ecosistemici se a distanza di 200 miglia grandi flotte di pescherecci come Attila flagellano tutto ciò che incontrano, lasciando l'oceano vuoto (questa l'espressione forte usata dai pescatori maldiviani per tradurre in parole questo scempio). Poco si può fare se i consumatori chiedono sempre più tonno ad un prezzo irrisorio. Il sacrificio del tempo, del valore e della qualità è il sacrificio del mare, di quel rapporto naturale dell'uomo con l'oceano come fonte primaria di cibo svenduto alla voracità di guadagni e appetiti facili.

Foto | Credit Paul Hilton per Greenpeace

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