Semaforo rosso in autostrada

Stop al proseguimento della A31 Valdastico Sud. Piove una sentenza con valore esecutivo del Tar del Veneto su uno dei cantieri delle grandi opere volute dal Governo. Secondo i giudici amministrativi è stato ignorato il parere negativo del ministero per i beni culturali e non è stata motivata la prevalenza dell'interesse a costruire la nuova opera rispetto a quello relativo alla tutela del territorio.

All'opera sono interessati i territori delle province di Vicenza, Verona, Padova e Rovigo e di altri ventitrè comuni.

I lavori, da mille milioni di euro, erano stati avviati dal ministro Lunardi e dal governatore veneto Galan. Nella sentenza del Tar si fa riferimento anche a ragioni di “democrazia sostanziale”, in quanto la decisione favorevole alla realizzazione dell'autostrada, pur assunta dal Governo, non risulta adeguatamente motivata in ordine all'indispensabilità e all’utilità dell’opera e all’urgente necessità di realizzarla.


Per gli ambientalisti è una battaglia vinta. Soddisfazione per Italia Nostra e Wwf, le due associazioni che hanno presentato il ricorso, assieme a privati, comitati e alla fondazione inglese “The Landmark Trust”, il cui presidente onorario è il principe Carlo d'Inghilterra.

I ricorsi si sono incentrati sulle procedure di Valutazione di impatto ambientale (Via) e di approvazione del tratto autostradale da Vicenza a Rovigo, che passerebbe vicino a nove ville venete, cancellando almeno 900 aziende agricole e deturpando il territorio dei colli Berici.

Il progetto respinto dal Tar disegna un’autostrada di circa 54 chilometri (44,7 in superficie, 5 in galleria e trincea e 4,2 su ponti e viadotti) e inizia a Piovene Rocchette, là dove è rimasta a suo tempo incompiuta la Valdastico, che all'epoca fu ribattezzata anche ''Pi-Ru-Bi'', dalle iniziali dei suoi tre principali sostenitori (Piccoli, Rumor, Bisaglia), e termina con lo svincolo sulla Transpolesana, nel Comune di Canda, in provincia di Rovigo.

Secondo gli avvocati Gianluigi e Matteo Ceruti, che hanno patrocinato i ricorrenti, “nel nostro paese c’è ancora un giudice custode della legalità dell’azione amministrativa”.

“Si tratta - hanno aggiunto - di un duro colpo alla convinzione che l’attività del vertice politico sia sciolta dai lacci e lacciuoli delle leggi vigenti e che la legittimità amministrativa delle grandi infrastrutture pubbliche risieda nelle opere in sé, ossia in una presunta legittimazione politica in grado di lavare ogni macchia e quindi di impedire il controllo giurisdizionale”.

Il progetto ora potrà essere nuovamente sottoposto alla Via con un tracciato uguale o diverso, ma la nuova valutazione non potrà ignorare la sentenza e dovrà comunque prendere in considerazione tutte le obiezioni del Tar in merito all’effettiva necessità dell’opera.

  • shares
  • Mail