Parchi africani e teoria delle isole

Antilope di Kob, indicatore del declino dei mammiferi africani. foto F. FischerSecondo una ricerca recentemente pubblicata, i Parchi africani, anche se ben gestiti, non sono in grado di proteggere la fauna africana. Non e' un problema solo africano, ma del sistema dei parchi in generale.

Le popolazioni animali, per mantenere un minimo di variabilità genetica interspecifica, hanno bisogno di essere in contatto tra loro. Preservare la natura con un sistema di parchi a "isola" all'infuori dei quali c'è il deserto, non permette lo scambio genetico e, alla lunga, non riesce nello scopo di preservare la natura con tutte le sue funzioni. Servirebbe un'opera faraonica di connessione, servirebbero corridoi ecologici, servirebbe alleggerire l'impronta ecologica della gente che abita in Africa (già piuttosto bassa) e servirebbe una cultura della gestione dell'ambiente che non sia limitata ai parchi, ma che copra tutto l'ambiente. Tutto il continente.

I ricercatori della università della California e di quella di Leiden, nei Paesi Bassi, spiegano come attorno alle riserve africane ci sia una forte pressione antropica: agricoltura, caccia, insediamenti umani e aumento della popolazione, con parallelo aumento degli standard di vita (e quindi dei consumi). All'interno dei parchi c'è bracconaggio professionale (sembra che si salvino solo gli elefanti, grazie al bando al commercio dell'avorio). Su tutti, pesano anche le condizioni climatiche siccitose. Quello che si e' osservato negli ultimi 15 anni e' un generale declino numerico della fauna selvatica fuori dalle aree protette, declino che adesso ha contagiato anche i parchi.

La previsione fosca dei ricercatori e' che anche l'Africa, per quanto grande, si ridurrà ad una serie di parchi con sempre meno grandi animali, come l'Europa.

» When protection falters on th African Journal of Ecology
» Biogeografia delle Isole Politecnico di Milano

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