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Doha, il Protocollo di Kyoto si salva ma gli scenari restano oscuri

La Conferenza Internazionale sui Cambiamenti Climatici non decide e non cancella: i Grandi Inquinatori non si responsabilizzano

Due settimane intense di negoziati, 194 i diversi Paesi rappresentati, pochi gli impegni presi: è possibile sintetizzare con questi tre abstract i risultati raggiunti alla Conferenza Internazionale sui Cambiamenti Climatici di Doha.

Dal canto suo, così ha commentato il Ministro italiano Corrado Clini:

la conclusione ritardata e faticosa della conferenza di Doha mette in evidenza le difficoltà del negoziato che deve affrontare contemporaneamente, da un lato la sfida della riduzione del consumo dei combustibili fossili mentre cresce nelle economie emergenti la domanda di energia, e dall’altro l’emergenza ambientale legata all’aumento dell’intensità e della frequenza degli eventi climatici estremi in tutte le regioni del pianeta

mostrando anch’egli le lacune e le perplessità dell’importante evento internazionale.

Nei negoziati in Quatar l’accordo principale raggiunto a livello internazionale riguarda una proroga: quella che estenderà il Protocollo di Kyoto al 2020 (il cosiddetto Kyoto 2), la cui prima fase termina il 31 dicembre prossimo, per combattere il surriscaldamento del pianeta che potrebbe intensificare uragani, inondazioni e aumento del livello del mare (fenomeni statisticamente in aumento negli ultimi anni, anche se scientificamente non è ancora dimostrata la certa correlazione tra fenomeni atmosferici e riscaldamento globale, data tuttavia come ‘molto probabile‘).

Come evidenziato anche dal ministro italiano, i negoziati hanno arrancato durante tutta la Conferenza, che si è chiusa in modo inusuale, senza il voto finale della presidenza qatariota di Abdallah al-Attiya che ha spiegato come le decisioni interpretino comunque il pensiero comune di tutti i partecipanti.

Tra i paesi più critici sui risultati ottenuti a Doha, e sulle modalità con cui sono stati raggiunti, c’è la Russia, che storicamente chiede limiti meno stringenti sui permessi per le emissioni di Co2 non utilizzati, i cosiddetti ‘hot-air’; ma quella di mettere i bastoni tra le ruote è un’attività spinta un po’ da tutti i grandi paesi industrializzati, che non hanno voluto farsi carico di impegni sulla riduzione delle emissioni e sugli aiuti ai Paesi emergenti e in via di sviluppo, utili alla prevenzione dei danni derivanti dai cambiamenti climatici e come compensazione per i danni ambientali subiti (come è, ad esempio, il caso della Nigeria).

Secondo il ministro Corrado Clini

ha pesato molto la caduta di tensione e di attenzione da parte dei Paesi che stanno fronteggiando la crisi economica. E’ tuttavia un errore di prospettiva pensare che i cambiamenti climatici non siano una parte importante e urgente dell’agenda economica globale.

Gli obiettivi fissati 22 anni fa sono stati fondamentalmente falliti ma la speranza emersa dalla Conferenza di Doha è che nel prossimo breve periodo (2-3 anni) i cosiddetti “Grandi Inquinatori” si persuadano ad aderire ad un accordo globale di riduzione delle emissioni da firmare nel 2015 e che dovrà entrare in vigore nel 2020: una strada che si preannuncia impervia ed in salita.

Non è stato un percorso facile ma abbiamo lanciato un ponte e speriamo che ora possiamo andare più spediti

Ha spiegato il Commissario Ue all’Ambiente Connie Hedegaard; sulla stessa linea anche il Segretario Onu Ban Ki-Moon, mentre il Wwf accusa:

gli egoismi e i veti di alcuni paesi non fanno vincere nessuno ma fanno perdere tutti.

Via | Ansa
Foto | Rsr.ch

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