Fundraising, una cosa che non mi piace del Wwf


Ieri ho trovato in posta una busta speditami dal Wwf. L’ennesima. Eppure avevo sospeso l’iscrizione proprio perché a me interessava solo il loro mensile d’informazione e non mi piaceva il ritmo ossessivo con cui sprecavano carta mandandomi lettere e cataloghi che mi chiedevano di volta in volta di salvare foche, balene, panda ed ogni altra specie bandiera immaginabile. Ogni mese un nuovo animale aveva bisogno del mio aiuto. E il tono del discorso negli opuscoli lasciava spazio a pochi equivoci: evitare la donazione equivaleva grossomodo ad emettere una sentenza di morte per quelle povere creature. Con tutto che io mi ero già iscritto, e che quindi la mia donazione annuale la stavo facendo.
Ma al Wwf, evidentemente, la donazione annuale non è sufficiente: chi si iscrive deve partecipare alla sua spirale di donazioni, se non vuole marcire nei sensi di colpa.
La busta pervenutami ieri mi ha costretto a constatare che sospendere l’iscrizione all’associazione non è bastato per uscire dal giro. “Voglio pensare che le ultime copie [del catalogo] siano andate perdute” - mi scrive il presidente Fulco Pratesi.
E così oggi ho il nuovo catalogo autunno-inverno del “Panda Shop” che domani butterò via. Che poi qualche gadget ecologico lo comprerei pure, se non fosse che, incredibilmente, il catalogo propone poco o nulla in questo senso - e questo è l’aspetto che mi disturba di più. Le magliette sono al 100% in cotone, ma il cotone non è biologico. Tanti oggetti sono in legno, ma pochissimi in legno certificato ecologico. I capi in pile non provengono nemmeno dal riciclaggio della plastica. E poi ci sono ombrelli, cassette in polipropilene e mille altri oggetti di “eco” non hanno proprio nulla. Non mi sembra un
gran modo per sostenere uno stile di vita nuovo e sostenibile. Insomma, caro Wwf, cambia fundraiser.
(Nella foto: il catalogo un attimo prima di finire nella raccolta differenziata)

  • shares
  • Mail
7 commenti Aggiorna
Ordina: