La lotta ai cambiamenti climatici uccide i popoli indigeni

Un inquietante dossier è stato pubblicato da Survival Internationl l’organizzazione internazionale che da anni si muove in prima linea per dare voce ai popoli indigeni di tutto il mondo, non a caso denominato la verità più scomoda di tutte, parafrasando il titolo del celebre film di Al Gore.

La lotta contro il riscaldamento globale devasta i popoli indigeni

urlano indignate le pagine del dossier. In particolare sono quattro le misure i cui devastanti effetti sono analizzati: l’uso dei biocarburanti, l’energia idroelettrica, le politiche di conservazione delle foreste e non da ultimo, le compensazioni delle emissioni di carbonio.

La polemica sui biocarburanti in sostituzione degli idrocarburi è aperta ormai da anni, spaccando in due il mondo degli ambientalisti. Ma cosa dire ai Guaranì la tribù più numerosa del Brasile, eppure una delle più fragili se è vero che in soli 6 anni oltre 80 bambini sono morti di fame, a causa della conversione delle loro terre per la produzione di olio di palma? Per quanto riguarda l’energia idroelettrica, poi, oltre 10 mila indigeni del Borneo, i Penan, sono stati sfrattati per permettere la costruzione della diga di Bakun, in Malesia, mentre continuano i lavori e le ricerche per la costruzione di altre, enormi, infrastrutture. Ma c’è dell’altro, e riguarda le politiche messe in campo per proteggere le foreste e che ricadono, incredibilmente, proprio su quei popoli che hanno fatto del rispetto della foresta la propria vita, la propria maestra, la propria dea. E’ il caso dei Masai, sfrattati dalle multinazionali del turismo che hanno reso la parte settentrionale della Tanzania in una riserva dove loro sono, senza eufemismi, decisamente di troppo! Stessa vergognosa sorte, poi, è toccata agli Ogiek, cacciati dalla foresta di Mau, in Kenia, terra legata – in modo meravigliosamente sostenibile! – alla sopravvivenza e alle magiche ritualità di questa tribù.

Survival International si appella, quindi, all’applicazione delle norme trascritte nella Convenzione ILO 169 e nella Dichiarazione ONU dei Diritti dei Popoli Indigeni, in cui si richiede:

che venga riconosciuto il diritto di questi individui alla proprietà della terra e il diritto di dare o rifiutare il consenso alla realizzazioni di progetti nei loro territori.

Inoltre, l’indice viene posto anche contro i cosidetti schemi REDD (Ridotte Emissioni da Deforestazione e Degrado delle foreste), ossia quei finanziamenti che dovrebbero essere stanziati proprio a Copenaghen e che sono proporzionali all’impegno dei Paesi in via di Sviluppo nella protezione delle proprie foreste. Secondo i popoli indigeni, il mercato delle quote del carbonio rischia di far attribuire un valore monetario enorme alle loro terre. Un valore così alto da collidere, necessarimanete, con la sopravvivenza di queste genti che non hanno mai fatto nulla per produrre danni all’ambiente e che rischiano, in ogni caso, di essere le prime vittime sacrificali dei cambiamenti climatici.

Foto | Flickr

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