Furoshiki: elogio della mappatella

Furoshiki, impacchettare con la stoffa Qualche post sotto ho pubblicato la storia della famiglia Strauss che ricicla tutto. Secondo uno dei nostri commentatori più affezionati, gbettanini, non si tratta altro che di rifilare al prossimo i propri rifiuti sotto forme più o meno gentili. Ciò che sfugge al lettore è che la signora Rachelle Strauss non rifila un bel niente ma adotta, tra le altre soluzioni, un particolare sistema di impacchettamento dei regali, usato per le recenti festività, denominato furoshiki, che "elegantemente" traduco, dal giapponese in napoletano, la mia lingua madre, in: mappatella o fagotto.

Il furoshiki, o l'arte di impacchettare doni con pezzi di stoffa piegati secondo l'origami (qui alcuni diagrammi per la piegatura) è gentilmente mutuato dalla cultura contadina e usa appunto stoffa che può essere conservata e riusata infinite volte.

Furoshiki, impacchettare usando la stoffa
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A vedere le mappatelle o furoshiki secondo i criteri dell'estetica giapponese, mi viene un tuffo al cuore e la memoria va alle mappatelle di partenopea memoria e alla mia infanzia, nel quartiere di Miano-Secondigliano e al mondo di adulti che mi circondava, proveniente da quella catastrofe che fu la Seconda guerra mondiale. Appena agli inizi degli anni '70 non si usavano le buste di plastica, non c'erano ipermercati, non c'era imballaggio di alcune genere. La spesa la si andava a fare ancora con le sporte di paglia, di stoffa o al massimo di finta pelle; la carta regalo che conteneva uno dei doni più preziosi, 1 Kg di zucchero e un pacco di caffè, rigorosamente in chicchi, era quella bianca con stampate delle specie di stelline dorate, vuote al centro, perché l'inchiostro costava. La carta e la raffia si conservavano gelosamente nel cassetto delle tovaglie, sarebbero servite ancora per impacchettare altri doni.

Il packaging era rappresentato dalla carta dei quotidiani. Il coppetiello (a quando la versione giapponese?), il cono di carta, conteneva di tutto, dalle verdure, frutta, uova. Se destinato al pesce, allora la carta era quella spessa e gialla che era buona anche per la carne. Se la roba era tanta e serviva trasportarla in fretta un pezzo di stoffa, in genere una tovaglia dismessa era l'ideale, la mappatella conteneva le provviste. Che dire poi? della carta di giornale che avvolgeva la "marenna"?, pranzo al sacco composto da un mezzo filone di pane, possibilmente del tipo "palatone", dunque di circa 500 gr., intonso di salsa ragù, qualche pezzo di carne e molti friarjelli o d'estate di pummarole. La marenna finiva nella mappatella per essere più agevolmente trasportata. C'era poi chi per il suo intermezzo prandiale preferiva il "piatto", ossia la minestra calda rappresentata da pasta e legumi. Due piatti come contenitore, uno sopra e l'altro sotto, avvolti in un canovaccio di cotone, la mappatella, per mantenere caldo il cibo; una fetta abbondante di pane e il cucchiaio.

Gli usi della mappatella sono infiniti, non ultimo quello del trasporto dei pochi capi che servivano da cambio dopo il bagno a Mergellina alla Mappatella Beach, la spiaggia libera destinata agli scugnizzi.

Foto | diylife; la gallery è di
Nanoda

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