Agrigento, esercitazioni militari a Punta Bianca: MareAmico denuncia il rischio per la Valle dei Templi

L'associazione Mareamico denuncia con video e fotografie la "schiavitù militare" alla NATO in Sicilia

Esercitazioni militari in una riserva naturale di rara bellezza? Succede ad Agrigento, in una zona individuata dalla Regione Sicilia come futura riserva naturale, denominata Punta bianca e Scoglio patella: a pochi chilometri dalla città, circa una ventina di strada dalla Valle dei Templi e una trentina dalla spiaggia della Scala dei Turchi, il ministero della Difesa italiano da decenni mette a disposizione il territorio per esercitazioni militari.

In Italia abbiamo imparato a farci il callo: dalla Sardegna alla Puglia passando dal Trentino Alto-Adige fino alla Sicilia, sono molti i casi di "schiavitù militare" del nostro paese nei confronti di NATO e Stati Uniti.

L'ultimo clamoroso caso è nel sud della Sicilia, come denuncia l'associazione MareAmico:

"A poca distanza dalla Valle dei templi, da 58 lunghi anni, esiste una servitù militare utilizzata come poligono di tiro dall’esercito italiano ed anche dalla Nato."

Il video girato dall'associazione e che vi proponiamo in testa al post mostra come le esercitazioni militari continuino all'interno del poligono di tiro di Drasy, da anni al centro di feroci polemiche di numerose associazioni ambientaliste (oltre a MareAmico, che è marcatamente territoriale, anche Legambiente e Marevivo), che chiedono di interrompere le esercitazioni e, sopratutto, di monitorare eventuali episodi di radioattività pericolosa per la salute umana e dell'ambiente.

Nel marzo scorso i funzionari dell’Arpa siciliana hanno avviato u'azione di monitoraggio della zona che si estenderà in futuro anche al mare prospiciente, grazie alla collaborazione della capitaneria di porto di Porto Empedocle: la zona di Punta bianca, già individuata di interesse naturalistico mediante il decreto n° 37 del 13 aprile 2001, è da oltre 50 anni un punto di esercitazioni militari fondamentale nel Mediterraneo.

Uno "scontro" divenuto quasi ideologico, estremizzatosi in virtù del muro contro muro (un classico in questi casi) creatosi tra le associazioni e gli enti militari, che hanno sempre minimizzato. Accusati di effettuare prove di fuoco pericolose anche in mare (accuse sempre respinte al mittente), l'Esercito Italiano e la Nato fanno presente da diverse settimane che la sola esistenza del poligono di Drasy avrebbe impedito il proliferare di abusivismo edilizio nel territorio agrigentino, come invece avvenuto altrove.

Una spiegazione che non convince e che, anzi, crea più malpancisti di quanti già non ne esistessero:

"Vedere scorazzare jeep, camion, blindati e truppe di uomini in assetto da guerra in un area destinata alla massima tutela fa rabbrividire. Noi queste cose le sapevamo già, le avevamo viste tante volte, le avevamo raccontate ma eravamo stati sempre smentiti dalle Istituzioni: ci ripetevano che loro non sparavano a mare, che non danneggiavano i territori, che le vibrazioni e i botti non provocavano i crolli in questa falesia molto fragile ed invece queste cose purtroppo succedono da 58 lunghi anni. Ora è giunto il momento di dire basta alle esercitazioni militari a Drasy. Noi non siamo contro l'esercito, i militari e le esercitazioni ma certamente questo va fatto in un posto idoneo e non certamente a poca distanza da un patrimonio dell'umanità rappresentato della valle dei templi di Agrigento e dentro un'area come zona immodificabile da tutelare e candidata a diventare presto riserva naturale orientata. [...] Nei prossimi giorni le associazioni ambientaliste agrigentine consegneranno un dettagliato dossier al Ministro dell'ambiente e all'Assessore regionale siciliano al territorio attraverso il quale racconteranno cosa succede dentro queste aree. Le esercitazioni militari sono solo un aspetto di una più vasta devastazione di questo territorio da tutelare."

scrive l'associazione MareAmico sulla sua pagina Facebook. Cadmio, antimonio, piombo, nickel, rame, vanadio, uranio e zinco, tutti metalli pesanti per i quali le associazioni da tempo chiedono controlli, sia in mare che su terra, senza tuttavia aver ricevuto risposte convincenti.

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