Da stamattina nelle acque del Salento vige il divieto di pescare a strascico o volante per tutti i pescherecci iscritti nei compartimenti marittimi di Taranto, Gallipoli e Brindisi, ovvero per tutta l’area del tacco d’Italia. La norma entra in vigore nello stesso giorno in cui tornano a pescare i pescherecci della parte Nord dell’Adriatico, quelli registrati nei compartimenti marittimi di Bari, Molfetta e Manfredonia.
L’ordinamento, firmato dal sottosegretario alle Politiche Agricole e Forestali Buonfiglio, è entrato in vigore per proteggere gli ecosistemi dell’ambiente marino, delicati e indispensabili per il patrimonio biologico del basso Adriatico e dello Ionio, della cui fragilità avevamo già parlato.
La pesca a strascico è particolarmente invasiva nei confronti dell’ambiente marino: le reti distruggono e asportano qualsiasi cosa incontrino, tra cui pesci, coralli, invertebrati, alghe, e la pratica è dannosa nei confronti di ecosistemi complessi, che difficilmente possono essere reimpiantati. Anche se l’interruzione di un mese non sembra abbastanza per compensare tutto ciò che viene distrutto nei restanti undici.
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Mentre nel mar Ionio si scoprono banchi di coralli bianchi, nell’Adriatico ci si occupa della salvaguardia e della tutela degli animali marini, dando vita ad un centro di recupero e divulgazione specializzato. Ad opera della Fondazione Cetacea nasce a Rimini Adria, uno spazio dedicato al mare Adriatico ed ai suoi abitanti, aperto al pubblico.
Il centro Adria ospita al suo interno l’Ospedale delle Tartarughe, un’area del centro di recupero con una vasca di riabilitazione da 15.000 litri e sviluppa progetti di monitoraggio sui cetacei già avviati dalla fondazione Cetacea in collaborazione con Università italiane e straniere. L’Adriatico e i suoi abitanti sono in mostra nell’esposizione “Vita in Adriatico”, dedicata alle diverse specie e nel percorso fotografico “I Colori dell’Adriatico”.
Interessante è anche l’allestimento “Un mare da salvare” che espone coralli, affidati al centro Adria a scopo didattico, dopo essere stati sequestrati dal Corpo Forestale dello Stato.
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La Croazia ha ceduto alle pressioni e ha revocato la zona di protezione della pesca nel nord Adriatico di cui avevamo parlato il mese scorso. In parlamento la decisione e’ passata per un pelo: 77 voti su 153, ovvero il 50% più mezzo voto, comunque abbastanza. Dopotutto i pesci che avrebbero potuto riprodursi in quella zona non votano e non protestano, si limitano ad essere sfruttati oltre le loro capacità di riproduzione e scompariranno in silenzio. I pescatori che avrebbero apprezzato una gestione sostenibile della pesca sono troppo pochi e i benefici dell’entrare a far parte dell’Unione Europea troppo grandi.
Il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso ha confermato lo sblocco dell’iter di adesione della Croazia all’UE, prevista per il 2009. Italia e Slovenia (che avevano fatto pressione sul governo di Zagabria) potranno mandare i loro pescherecci in una delle zone più pescose dell’Adriatico.
La zona di pesca protetta era stata istituita dal Parlamento di Zagabria fin dal 2003 e ampliava la delimitazione delle acque territoriali croate da 5 a 40 miglia dalla costa. Nel 2004 Italia e Slovenia avevano ottenuto una deroga che permetteva loro di pescare in quelle acque fino al raggiungimento di un migliore accordo, mai raggiunto nei fatti.
Il premier croato Ivo Sanader ha ottenuto da Barroso l’impegno della Commissione europea a tutelare almeno la Fossa di Pomo, un’area all’altezza di San Benedetto del Tronto tra le più ricche di merluzzi dell’Adriatico. Ora, guardando le quotazioni del pesce a San Benedetto del Tronto si vede che scampi e merluzzi sono tra i meglio pagati e più pescati, cosa che li espone a rischi di pesca eccessiva da parte di chi vuole guadagnare subito, ma che rende anche vitale da un punto di vista della sostenibilità economica la loro conservazione nel lungo periodo.
Via | Ticinonews
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» La situazione della pesca in Croazia e sue prospettive future su Forum AIC
» Croati più vicini all’Ue su La Stampa
L’Italia è una repubblica fondata sul metano. Nel senso che abbiamo sotto terra giacimenti sfruttabili che potrebbero darci 35 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Si tratta di riserve che si trovano sotto il Golfo di Venezia e che appartengono per l’86/87% all’Eni, per l’11% ad Edison e per gli spiccioli restanti alla British Gas.
E allora perché basta un’esplosione su un metanodotto ucraino per metterci in mutande? Semplice, perché quel gas non lo possiamo usare. E’ bloccato per legge, quindi ci troviamo a dover costruire rigassificatori per importare il gas via nave, oppure a costruire metanodotti che collegano il Maghreb con la Sardegna e la Toscana. La cosa buffa è che il metano si trova proprio sotto al punto in cui vogliono costruire un rigassificatore, e cioè vicino al delta del Po!
Continua a leggere: Il metano dell'Adriatico: c'è ma non si tocca
Salpa oggi la Goletta Verde di Legambiente, storica campagna di informazione e sensibilizzazione sullo stato di salute del mare italiano. Da oltre 20 anni la Goletta è un appuntamento estivo fisso e importante di denuncia delle illegalità che si trovano lungo le nostre coste, scarichi abusivi, mancata depurazione delle acque, abusivismo edilizio e quant’altro. Oltre che una fonte di informazione alternativa per i cittadini e i turisti che vogliono sapere in che acque nuotare.