E’ stato fondato da qualche giorno il Comitato nazionale contro il fotovoltaico ed eolico nelle Aree verdi. Com’è intuibile vi hanno preso parte tutte quelle associazioni che oramai da tempo si battono per evitare che impianti fotovoltaici e pale eoliche siano installate in aree vincolate e di interesse naturalistico e ambientale. L’espansione selvaggia di impianti dunque, rischia di rivelarsi una vera e propria emergenza ambientale e di legalità (Qui trovate il video degli interventi alla conferenza del Comitato dal titolo: Emergenza ambientale e di legalità da “Green Economy Industriale!)
impianto eolico San Giorgio La Molara (Bn)

Vale la pena precisare che non ci troviamo di fronte a ecofissati del partito del No, ma a persone che hanno colto la necessità di regole anche in merito alle rinnovabili che pure restano uno dei sistemi migliori di produzione di energia pulita. Tra le adesioni al comitato sono giunte quelle di alcune sezioni di Italia Nostra, della Lipu e le Oasi WWF della Maremma. Insomma, quelle associazioni ambientaliste che si battono affinché neanche gli impianti di produzione da energie rinnovabili intacchino territorio, avifauna quali la Cicogna, il Nibbio reale o l’Aquila e paesaggi protetti.
Spiega Enzo Cripezzi di Lipu-BirdLife Italia (a sinistra nella foto) al Giornale del Cilento:
La vincolistica delle aree di tutela (Parchi, riserve, SIC, ZPS, ecc) fu configurata non prevedendo l’avvento di nuove minacce di particolare invasività come appunto l’eolico (i più grandi manufatti mai creati dall’uomo). Il paradosso è che le aree tutelate, ammesso che lo siano, stanno diventando “isole” assediate da queste piantagioni allucinanti che, indirettamente, minacciano i valori faunistici e scenici su ben più vasta scala del confine comunale o di quello della vincolistica. Per la Biodiversità e gli ecosistemi, infatti, i limiti amministrativi non esistono.
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A leggere il titolo so già che molti di voi saranno sorpresi e per spiegare quelle “rigidità ambientaliste” devo fare un passo indietro e raccontarvi della bella trasmissione radiofonica L’indignato speciale in onda su RTL stamattina. Il programma è condotto da Andrea Pamparana (vicedirettore del TG5), Davide Giacalone e Fulvio Giuliani. Il trio si è interrogato sulle cause dell’alluvione dell’altro ieri a Genova, sulle attuali emergenze del Po a Torino e e in genere sulla tutela del suolo e sul dissesto idrogeologico in Italia.
Le telefonate del pubblico hanno aiutato a fare un po’ di informazione a fronte di quella cronaca di pancia che purtroppo invade oggi il nostro mainstream. Dunque le considerazioni del radioascoltatore Luca, Vigile del Fuoco a Genova:
Con Allerta 2 il 4 novembre i genovesi erano in strada, a piedi, in auto o addirittura motorino. Sebbene le scuole aperte in sè non siano state un atto grave il fatto che i genitori siano scesi in strada per andare a riprendere i figli a scuola, ha creato notevole disagio a chi come Protezione civile e vigili del Fuoco doveva intervenire sulle emergenze.
Qualche giorno fa, dopo aver visto lo spot Tv di APP Asia Pulp and Paper, mi chiedevo come mai la multinazionale della cellulosa e della carta, dopo essere stata attaccata dalle associazioni ambientaliste non avesse avviato comunque l’iter di certificazione FSC. A detta di molti, infatti, questo riconoscimento avrebbe fugato ogni sospetto di sfruttamento delle foreste pluviali indonesiane. Ebbene, APP spiega a Ecoblog attraverso un cortese commento e non un gridato comunicato stampa che:
La verità è semplice anche se scomoda per alcuni. Le piantagioni arboricole stabilite in aree convertite da foreste naturali dopo il 1994 non hanno la qualifica necessaria per accedere alla certificazione FSC. Ciò automaticamente esclude la stragrande maggioranza delle piantagioni nei paesi in via di sviluppo e favorisce i produttori del Nord America e dell’Europa, dominatori del settore da 100 anni. A livello mondiale FSC certifica circa 120 milioni di ettari rispetto ai circa 226 milioni di ettari certificati da PEFC e altri ulteriori milioni di ettari sono certificati attraverso molteplici sistemi regionali o locali. Questo significa che i due più grandi sistemi (FSC e PEFC) in totale, aggregati insieme, coprono meno del 10% dell’area forestale del globo. In aggiunta, oltre l’80% delle foreste certificate FSC sono localizzate nel Nord America e in Europa e solo il 4% nell’area australe-asiatica. In APP accogliamo tutti gli schemi di certificazione credibili, senza favorirne uno rispetto ad un altro, e incoraggiamo governi e clienti in tutto il mondo che sviluppano protocolli di approvvigionamento perché facciano lo stesso. E’ molto interessante che lo stesso FSC abbia riconosciuto questa realtà e stia valutando come mantenere la sua importanza in questo mondo complesso e in continua evoluzione. Due settimane fa l’Assemblea Generale dello FSC ha adottato una mozione che apre uno spiraglio alla revisione della cosiddetta “1994 Rule”. Vedremo cosa ciò comporterà.
Danilo Benvenuti
Europe Sales Director
APP Europe
Noi consumatori ci auguriamo che questi accordi vengano raggiunti al più presto affinché le foreste restino tutelate.
Foto | Incartweb

Più volte abbiamo parlato, male, dell’associazione Fare Ambiente che si dichiara ambientalista ma che, in realtà, di mestiere fa altro. Altro che abbiamo definito “astroturfing“, cioè creare dal nulla un finto movimento dal basso per sponsorizzare una tesi o un prodotto sul quale c’è già un forte dibattito da parte di altre associazioni, questa volta veramente nate dal basso in maniera spontanea.
Lo stesso discorso, con lo stesso appellativo, lo abbiamo portato avanti sui Circoli dell’ambiente, versione pseduo green dei Circoli della libertà di Berlusconi. Troppo accanimento? No, semplice onestà intellettuale perché il comportamento di queste due associazioni smentisce quotidianamente i loro presunti obbiettivi.
Fare Ambiente, ad esempio, appena ebbe notizia dell’allarme nucleare a Fukushima si affrettò a dire che non era successo niente, che chi diceva il contrario era uno sciacallo e, fino al 14 di marzo per bocca del suo presidente Vincenzo Pepe (nella foto) affermava:
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Dopo le numerose proteste e segnalazioni che hanno riguardato l’avanzare degli impianti fotovoltaici in Puglia è stata approvata l’anagrafe pubblica per gli impianti fotovoltaici. Il primo passo sarà proprio il censimento degli impianti installati in regione.
La decisione è arrivata qualche giorno fa quando in consiglio Regionale è stata approvata la proposta di legge sostenuta dai gruppi Sel, Pdl, Udc, Idv ma nata in seno alle associazioni ambientaliste coordinate nel Forum Ambiente e salute.
Scrive Il tacco d’Italia:
L’emergenza causata dalla devastante speculazione della Green Economy Industriale nel Salento costituisce anche un’emergenza democratica, a causa dell’assurda carenza di informazione, di dati certi e di coscienza pubblica sul rischio di depauperamento e compromissione definitiva delle potenzialità del territorio. Con l’anagrafe si chiede di conoscere dettagliatamente la composizione societaria e capitale sociale delle aziende, per poter avere una visione limpida degli iter autorizzativi in corso, come di quelli già ultimati, o da avviarsi in futuro, avere un quadro geografico della compromissione del territorio e del suo paesaggio arrecato da tali impianti e in maniera preventiva sulle interferenze di questi tra loro e con il territorio circostante, impedire la speculazioni - frode ai danni dello Stato, riaffermare la legalità, ricostruire le mediazioni operate in loco da faccendieri al fine di favorire la penetrazione di grosse multinazionali, aventi il know-how per costruire ma non la volontà di portare il tanto decantato benessere occupazionale.
Foto | Forum ambiente salute
C’era da aspettarselo: il recente annuncio del presidente della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo, sul decreto di attuazione del Piano energetico regionale fa discutere. Prima reazione quella della Cgil, che a lungo si è seduta al tavolo di concertazione, insieme a Regione e associazioni ambientaliste, per smussare i dettagli che nel vecchio piano non andavano.
Ora, però, il regolamento viene tirato fuori dal cappello come un coniglio, tanto che i sindacalisti si chiedono chi lo abbia visto o letto:
La Cgil chiede alla Regione di riaprire il tavolo sulla pianificazione energetica, per una discussione a tutto campo che riguardi anche il regolamento attuativo del piano energetico regionale, che la giunta Lombardo ha approvato nei giorni scorsi, ma del quale nulla si sa
Qualora la Cgil dovesse riuscire a influenzare le scelte del governo regionale siciliano in fatto di energia, specialmente energia rinnovabile, le proposte sono già note da tempo:
la creazione di un distretto tecnologico su energia rinnovabile ed energia distribuita utilizzando un bando gia’ esistente del Miur; la
creazione di un fondo di garanzia rivolto alle famiglie e alle piccole e medie imprese che intendono costruire impianti fotovoltaici; l’attivazione della funzione di supporto tecnico e finanziario della Regione agli enti locali
Questa volta Lombardo presterà orecchio alle critiche e ai suggerimenti?
Via | Comunicato stampa Cgil
Foto | Flickr
Tra due giorni, a Palermo, si riunirà il Forum regionale per l’acqua bene comune che sta promuovendo una legge regionale in favore della ripubblicizzazione dell’acqua. Legge per la quale ha già raccolto decine di migliaia di firme.
Alla riunione del forum parteciperanno enti locali, sindacati e associazioni ambientaliste contrarie alla privatizzazione. Molte sono le manifestazioni di solidarietà da parte di personalità del mondo della cultura nei confronti del movimento, siciliano e non solo, per l’acqua pubblica.
Una di queste è quella dell’attore Moni Ovadia, che ha inviato un video messaggio che noi vi facciamo vedere in anteprima.
Dopo l’assegnazione agli enti locali della gestione del Parco Nazionale dello Stelvio il Corriere della Sera, il 23 dicembre, ha pubblicato una lettera firmata dall’economista (e alpinista) Marco Vitale. Una lettera, sostanzialmente, di dolore per quello che Vitale definisce lo “smembramento” del parco.
Nella lettera, però, c’è anche una critica alle associazioni ambientaliste, e al Wwf in particolare, per aver permesso che si devastasse il parco in occasione dei mondiali di sci di Bormio 2005:
Sulla parte lombarda si riversò poi lo scandalo dei Mondiali di sci, nei quali la Regione Lombardia, con una pioggia di denari pubblici in misura almeno doppia se non tripla di quanto era funzionalmente necessario, ha liberato (con l’acquiescenza dei movimenti ambientalisti del Parco stesso in persona dell’ex presidente del Wwf, Osio, e degli organi statali preposti alla tutela dell’ambiente e del paesaggio) tutti i più perversi appetiti e disegni, innestando nella zona un’involuzione paesaggistica, ambientale, culturale, morale, politica, economica, paurosa e forse irreversibile
Il progetto di costruire una terza pista a Malpensa, per rimediare agli errori commessi nel passato nella costruzione delle prime due, non va giù alle associazioni ambientaliste: Fai e Wwf, già nel giugno scorso, avevano lanciato l’allarme. Ora si aggiungono Legambiente, Italia Nostra, Lipu e i comitati “Salviamo il Ticino”. Tutte insieme le associazioni hanno inviato un esposto alle autorità coinvolte nel progetto per spiegare le proprie ragioni.
Venticinque punti in totale per difendere un’area protetta: la nuova pista, infatti, ridurrebbe le dimensioni dell’area del Parco Lombardo della Valle del Ticino, tutelato dall’Unesco in quanto considerato un serbatoio di biodiversità importantissimo per il nord Italia. Le associazioni specificano che
La terza pista di Malpensa infatti si estenderebbe a sud dell’attuale aerostazione, portandosi a ridosso del fiume Ticino e della stupenda località di Tornavento, cancellando l’ultima brughiera superstite in quello che fino a pochi decenni fa era un vasto territorio di estremo interesse naturalistico. Inoltre i decolli dalla nuova pista determinerebbero un impatto intollerabile su preziosi Siti di Interesse Comunitario (SIC) compresi nel Parco del Ticino, come la preziosa ansa fluviale di Castelnovate, uno dei tratti più suggestivi del fiume azzurro, e le foreste della Brughiera del Dosso. Associazioni, comuni e privati hanno promosso osservazioni e studi che evidenziano una realtà ben diversa da quella dagli ottimistici rapporti di SEA, e che è sotto gli occhi di tutti gli utenti dell’aerostazione
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Se l’Europa dovesse rispettare i suoi propositi in fatto di biocarburanti una superficie di terreno pari a quella dell’intera Irlanda verrebbe convertito a coltivazioni energetiche. E’ l’ultimo allarme di Greenpeace sui biocarburanti contenuto nel dossier “Biocarburanti: l’impatto delle strategie UE. Quando bio non è sinonimo di verde” realizzato in collaborazione con altre associazioni ambientaliste.
Molte, a dire il vero: ActionAid, Bird Life International, Client Earth, European Environmental Bureau, Fern, Friends of the Earth Europe, Wetlands International, Transport & Environment. Tutte vogliono lo stop ai biocarburanti perché se realmente nel 2020 l’Europa dovesse arrivare alla miscelazione di almeno il 9,5% di biocarburanti in ogni serbatoio il territorio verrebbe stravolto.
Le associazioni forniscono un po’ di numeri: tra 41.000 e 69.000 km² di ecosistemi naturali verrebbero convertiti in piantagioni. E 69.000 km² sono pari alla superficie dell’Irlanda, a due volte la superficie del Belgio, a tutta la superficie agricola della Spagna. Tutto trasformato in un deserto verde di piantagioni oleose.
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