
La Corte di Giustizia Europea ha stabilito ieri che rientrano nel Sistema di Scambio delle Emissioni europeo ETS anche le compagnie aeree del trasporto commerciale (le trovate qui); incluse quelle di Paesi extraeuropei che usano gli aeroporti dell’Unione per le partenze e gli arrivi dei loro veivoli. Sostanzialmente viene rispettato il principio cardine per cui: chi più inquina più paga.
Scrive il WWF:
La decisione presa oggi dalla più alta corte dell’UE conferma che l’innovativa legge europea per ridurre le emissioni dei voli internazionali è perfettamente compatibile con il diritto internazionale, non infrange la sovranità di altre nazioni e si distingue dagli oneri e tasse già soggetti alle limitazioni da parte di altri trattati” ha detto la coalizione internazionale di 6 gruppi ambientalisti composta dal WWF insieme a tre organizzazioni statunitensi (Center for Biological Diversity, Earthjustice, e Environmental Defense Fund) e gruppi europei (Aviation Environment Federation, Transport & Environment, e WWF-UK), che hanno preso parte al processo come parte a sostegno della difesa.
Ma perché si è arrivati alla sentenza della Corte di Giustizia Europea? Facciamo un passo indietro fino al 2003 quando nel sistema di scambio di quote di emissione non rientravano le compagnie aeree, incluse poi dalla Direttiva 2008/101 che impone dal 1° gennaio 2012 l’acquisto e la vendita delle Quote anche per le compagnie di Paesi terzi che transitano in partenza o arrivo in aeroporti europei.
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Gli eterni, ed inutili, incontri organizzati dalle Nazioni Unite per cercare di trovare un benedetto accordo per la riduzione delle emissioni di CO2 potrebbero essere risolti in un modo molto semplice: interrompendo le pratiche virtuose anche in quei paesi che hanno preso sul serio a cuore il problema e si stanno impegnando per ridurle veramente. Per la serie “quando si gratta il fondo” arriva anche uno studio di alcuni accademici tedeschi che, applicando in maniera semplicistica la Teoria dei giochi, sostengono sia questa l’unica soluzione.
L’idea è questa:”visto che alcuni paesi si rifiutano di rispettare e sottoscrivere impegni per la riduzione delle emissioni, ma nel contempo godono dei vantaggi prodotti dai comportamenti virtuosi di altri paesi sono proprio quest’ultimi a dover interrompere le loro pratiche virtuose per generare una risposta positiva anche nei paesi più restii“.
L’intera tesi si poggia su un presupposto fondamentale: che ai paesi riluttanti interessi sul serio il problema delle emissioni di CO2, ma che non vogliano investire denaro per raggiungere l’obiettivo e preferiscano godere dei vantaggi generati dai comportamenti di quei pochi che ci stanno lavorando sul serio. Provocare una spirale negativa sarebbe la soluzione che porterebbe ad una reazione con una nuova assunzione di responsabilità? Una pia illusione.
Via | The Guardian
L’ Enel ha inaugurato ieri a Brindisi il primo impianto pilota a tecnologia CCS (carbon capture and storage) nel nostro paese. L’innovazione, attiva a partire dal 2012, dovrebbe permettere la cattura e il successivo confinamento della Co2 prodotta dalla centrale a carbone Federico II per la produzione di energia elettrica entro formazioni geologiche (tra cui giacimenti esauriti di gas, rocce porose o cavità acquifere saline) consentendo un drastico ridimensionamento della sua concentrazione nell’atmosfera.
Tra numerose polemiche che infiammano la comunità scientifica internazionale e la necessità di ridurre la concentrazione di sostanze inquinanti nell’aria, l’Enel è riuscita ad avvantaggiarsi dei cospicui finanziamenti dell’UE (100 milioni di euro) previsti nello “European Energy Programme for Recovery” garantendosi, in questo modo, anche la copertura per l’estensione del progetto all’impianto a carbone di Porto Tolle, in provincia di Rovigo. Altri 7 progetti dimostrativi di questo tipo saranno presto portati avanti nel territorio dell’Unione.
Secondo le stime Enel, l’impianto CCS di Brindisi potrà essere in grado di trattare 10 mila metri cubi l’ora di fumi provenienti dalla centrale a carbone, separando circa 2,5 tonnellate l’ora di CO2, per un tetto massimale calcolato intorno alle 8mila tonnellate annue quanto, cioè, sarebbero in grado di assorbire 800mila alberi. Successivamnete, poi, la CO2 trattata sarà trasferita al sito Eni/Stogit di Cortemaggiore (Piacenza), dove si provvederà a immagazzinarla nel sottosuolo…
Via | Youtube
Neppure il tempo di commentare le conclusioni di uno studio scientifico riguardante le proiezioni dell’Università della California, relative alla diffusione delle rinnovabili nei prossimi vent’anni e probabilmente sin troppo ottimistiche, ed ecco venir fuori un’altra relazione che racconta di un quadro decisamente più tetro al 2030. Questa volta a “leggere le carte del futuro” sono gli scienziati della Exxon Mobil che in occasione della conferenza World Future Energy di Abu Dhabi hanno raccontato che nei prossimi venti anni le emissioni di anidride carbonica sul pianeta aumenteranno del 25%.
I dati dell’analisi hanno evidenziato due aspetti particolari: il primo è che nei prossimi due decenni le emissioni di CO2 continueranno ad aumentare in maniera significativa, mentre il secondo è che l’utilizzo dei combustibili fossili continuerà fra un ventennio a coprire l’80% della domanda, crescendo però di circa il 40% rispetto ad ora (naturalmente per via dell’aumento della popolazione nel mondo).
I Paesi in via di sviluppo (chiaro il riferimento a Cina, India e Brasile) saranno ovviamente i maggiori responsabili delle emissioni di CO2, mentre nei Paesi Ocse si riscontrerà una diminuzione totale del 15% rispetto alle cifre attuali. A chi credere? Ai fautori dello scenario verde o a quelli che dipingono di grigio il pianeta? Di istinto verrebbe da dire: né all’uno né all’altro, ma in fondo entrambi gli studi, per quanto diametralmente opposti, dicono alcune verità su cui non si può opinare.
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Che il nostro Paese non sia lungimirante nelle proprie scelte politiche ed in particolar modo su quelle energetico-ambientali è cosa abbastanza risaputa; non altrettanto si può dire sulla percezione che hanno gli italiani sulla spesa che dovranno sostenere a causa di quest’inefficienza. La mia non vuole essere la solita critica fine a sé stessa, ma un’osservazione (con numeri alla mano) sul fatto che i cittadini italiani rischiano di dover pagare cifre salate a partire dal prossimo anno alla luce della conferenza sul clima di Cancun.
L’entità del prezzo sarebbe intorno a circa 2,2 miliardi di euro; per capirci si tratta di debiti generati dall’acquisto di crediti esteri di anidride carbonica da parte delle imprese italiane per quel che riguarda il periodo compreso tra il 2008 e il 2012. Il dato, che emerge dal nuovo rapporto della Ong londinese Sandbag, conferma (semmai ce ne fosse bisogno) della pochezza del nostro Governo in tema di politiche climatiche ed energetiche.
Dal rapporto emerge chiaramente come il Governo italiano abbia preferito in questi anni proteggere le imprese dalle riduzioni dei livelli di emissioni, preservandosi da un bilancio negativo in termini di ingressi di tasse. In sostanza lo Stato nell’ultimo quinquennio ha fatto ben poco per permettere che le aziende assoggettate agli obblighi di riduzione delle emissioni di CO2 si dotassero di tecnologie a basso impatto ambientale anziché orientarle all’acquisto dei crediti.

Starbuks, una delle più grandi catene di caffeterie al mondo, ha rimpiazzato con le luci a LED le luci alogene e ad incandescenza di 7000 store in Usa e Canada. Il responsabile Starbuks per l’impatto ambientale ha dichiarato che in questo modo si è tagliato il consumo di energia dell’ 80%. E’ stato calcolato che per ogni 1000 mq di negozi illuminati con i LED il risparmio sia di circa 600 $ all’anno e si riducano le emissioni di CO2 l’equivalente di 10 barili di petrolio.
Dal blog di Sorgenia, azienda che produce energia elettrica da fonte rinnovabile e non, apprendo la curiosa notizia di un recente studio sul Carbon Capture and Storage (CCS), cioè sulle tecnologie in grado di estrarre l’anidride carbonica dai camini delle centrali termoelettriche alimentate da carbone o altri combustibili fossili.
Si tratta di una sorta di spugna fatta di cristalli creati in laboratorio che avrebbero la capacità di catturare una serie di gas, CO2 compresa. Tali gas, in seguito, possono essere rilasciati (si sciacqua la spugna?) e riutilizzati in altri processi industriali. A guidare questo esperimento è stata Deanna D’alessandro, ricercatrice all’università di Sydney, che così descrive il processo:
I cristalli sono composti da fasci di atomi metallici carichi legati tra loro da gruppi di base carbonica. Le strutture molecolari sono simili a quelle delle conchiglie e di microscopiche piante marine dette diatomee. Per questo il nuovo materiale può sostenere l’ambiente umido e caldissimo dei condotti di emissione di una centrale a carbone. Ciò significa che potrebbe essere usato per catturare in maniera reversibile, e poi liberare, la CO2.
Per questa idea la D’Alessandro ha già vinto un premio: i 20.000 dollari del L’Oréal Australia For Women in Science Fellowship che, come dice il nome stesso, è un concorso per donne scienziato sponsorizzato da L’Oreal, la famosa azienda di cosmetici.
In attesa di avere ulteriori riscontri da eminenti chimici e fisici che certamente potranno confermare o smentire le ipotesi della ricercatrice, per precauzione (come sempre accade quando si parla di CCS, concetto nel quale credo assai poco), inserirei la notizia della spugna anti CO2 nella categoria greenwashing.
Via | Efficienza e Sostenibilità
Video | YouTube

Dichiarazioni contraddittorie sui sussidi all’industria del carbone da parte del Commissario europeo alla Concorrenza Joaquin Almunia che ha affermato di voler rivedere la posizione comune europea sugli aiuti comunitari al più antico dei combustibili fossili. Almunia, infatti, spera di riuscire a togliere di mezzo i sussidi entro ottobre 2014 mentre, meno di un mese fa, la Commissione aveva proposto di allungare il regime di aiuti fino al 2022.
Almunia ha dichiarato che lo scopo della sua proposta è di chiudere prima possibile tutte le miniere non competitive entro quattro anni. Una misura che penalizzerebbe soprattutto Germania, Spagna, Ungheria, Polonia e Slovacchia, paesi che si erano spesi moltissimo per ottenere la proroga degli aiuti al 2022. Almunia, tuttavia, ha contemporaneamente garantito che l’Europa troverà altri tipi di aiuto per l’industria del carbone che, secondo le prime stime, potrebbe perdere fino a 100 mila posti di lavoro. I soldi, quindi, escono dalla porta e rientrano dalla finestra.
Centomila posti in meno è un numero che la dice assai lunga sulla capacità di reggere al libero mercato di questa fonte fossile energia. Altri numeri che parlano sono quelli forniti qualche settimana fa dalla Iea su tutti i finanziamenti a tutte le fonti fossili nel mondo: tra petrolio, gas e carbone gli stati spendono 550 miliardi l’anno. Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia se questi sussidi pubblici venissero eliminati le emissioni mondiali calerebbero del 7%.
Via | Repubblica
Foto | Flickr

La notizia del sorpasso della Cina sugli Usa nei consumi di energia è durata meno di 24 ore. Tanto è bastato per creare un giallo. La Cina smentisce i dati forniti dall’economista della Iea Fatih Birol che, in un’intervista al Wall Street Journal aveva affermato che nel 2009 il gigante asiatico ha consumato 2.252 milioni di tonnellate di petrolio equivalente contro i 2.170 milioni degli Usa.
Alla Iea la Cina contrappone la sua Cnea, China National Energy Administration, che afferma che le stime dell’Iea non sono credibili poiché sottovalutano i risultati conseguiti nell’efficienza energetica.
Ci chiedevamo come la Cina avrebbe interpretato il suo nuovo ruolo di campione mondiale dei consumi energetici. E’ arrivata la prima risposta…

Tutti se lo aspettavano, era solo questione di tempo e la crisi economica non ha fatto altro che avvicinare la scadenza: la Cina consuma più energia degli Stati Uniti. Lo ha ammesso Fatih Birol, capo economista dell’International Energy Agency, in una intervista al Wall Street Journal. I dati parlano chiaro: 2.252 milioni di tonnellate di petrolio equivalente consumate dalla Cina nel 2009 contro i 2.170 milioni degli Usa.
Dopo oltre cento anni di assoluto predominio nella classifica dei consumi, un primato voluto e mantenuto in quanto simbolo dell’american way of life, gli Stati Uniti devono cedere lo scettro. Sia chiaro, per consumo pro capite l’America è ancora saldamente in testa e solo l’enorme popolazione ha portato la Cina a consumi di questa entità. Il nuovo record, tuttavia, non può non far pensare.
Da anni, infatti, in molti temono i numeri esponenziali della crescita cinese. O meglio, le crescite: quella economica, quella dei consumi interni, quella delle esportazioni, quella delle emissioni di Co2 e quella dell’inquinamento. Ma anche quella delle rinnovabili e delle tecnologie per il risparmio energetico. Il gigante, infatti, per molti versi è ancora un bambino e ha margini di sviluppo ancora enormi in ogni direzione.
Ed è proprio questo il problema: la Cina seguirà, nel suo sviluppo, il modello egoistico americano fondato sull’espansione infinita dei consumi a scapito dell’ambiente e del clima globale o riuscirà ad essere più responsabile? Lo si vedrà presto: a dicembre, alla prossima conferenza delle Nazioni Unite di Cancùn.