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L’Artico è un bene comune e occorre un trattato internazionale per salvarlo da petrolieri e militari

Questa performance artistica è stata realizzata qualche settimana fa da Greenpeace: un mosaico di un migliaio di fotografie è stato portato fino al polo Nord dagli attivisti con una settimana di trekking come parte del progetto Save the Arctic.

L’artico deve essere salvato, non c’è dubbio; i suoi ghiacci rappresentano una sorta di “patrimonio climatico” che è un bene comune di tutta l’umanità.

L’enorme perdita estiva dei ghiacci polari rappresenta infatti una minaccia per la stabilità delle correnti a getto e quindi del clima delle correnti temperate. Esiste infatti una crescente evidenza sperimentale del legame che sussiste tra la riduzione del ghiaccio estivo e l’aumento dei fenomeni climatici estremi quali siccità, inondazioni e ondate di freddo/caldo.

Difendere il poco ghiaccio che è rimasto dovrebbe quindi essere una sorta di imperativo categorico per tutte le persone dotate di ragione. Non è questo il caso dei militari USA che nella loro roadmap parlano di rischi e opportunità legati all’apertura di nuove rotte navali nell’Artico. Non si sta parlando naturalmente di rischi per il clima, ma di rischi geopolitici o economici, cioè di non arrivare abbastanza in fretta ad accaparrarsi il petrolio artico (1).

Il massimo dell’apertura mentale dei militari è invocare una cooperative partnership tra gli stakeholders artici (USA, Russia, Canada, Norvegia e Danimarca) per spartirsi le risorse. No signori, l’artico non appartiene ai paesi confinanti (2), ma a tutta l’umanità. Occorre un trattato internazionale, come da tempo chiedono i Verdi Europei, per proteggere la calotta del mondo dagli appetiti minerari e militari, in modo analogo a quanto si è fatto per l’Antartide oltre cinquant’anni fa.

(1) Spesso si sostiene che il mare artico contenga il 25% delle risorse di petrolio e gas ancora non esplorate. E’ una valutazione che manca di una buona base sperimentale e inoltre occorre capire quanto siano davvero estraibili queste risorse: gli incidenti che hanno costretto Shell a sospendere le trivellazioni nel mare di Beaufort dovrebbero insegnarci qualcosa.

(2) La Danimarca vorrebbe sedere al tavolo artico per il suo ex status coloniale in Groenlandia, ma la grande isola di ghiaccio è (purtroppo) abbastanza adulta per fare da sola.

EcoAlfabeta

Marco Pagani, Fisico e docente di Matematica e Fisica, attualmente svolge un Dottorato di Ricerca in Scienze Agrarie, Ambientali e Alimentari presso l'Università di Bologna. Si interessa di problematiche ambientali da lungo tempo dopo aver letto molti anni fa "Il cerchio da chiudere" di Barry Commoner, "Il punto di svolta" di Fritjof Capra e "La convivialità" di Ivan Illich. Su questi problemi ha organizzato diversi corsi e seminari coinvolgendo docenti universitari e rappresentanti della società civile. E' autore di pubblicazioni su temi scientifici e ambientali; in collaborazione con Ugo Bardi si è occupato del picco dei minerali, argomento che ha trattato anche nel libro "La vita dopo il petrolio" curato da Pietro Raitano e Gianluca Ruggero. Ha tenuto diversi corsi e seminari sui costi energetici dell'agricoltura, sull'impronta agricola-alimentare e sulla misura del consumo di territorio. E' socio ASPO e WWF, ha dato vita a un GAS (Gruppo di Acquisto Solidale), simpatizza e sostiene attivamente la Rete per la decrescita e il movimento Stop al consumo di territorio. Prim di confluire in Ecoblog, dal 2006al 2012 ha curato il blog ambientale EcoAlfabeta, di cui ora conserva il nickname. Dal giugno 2011 è Consigliere Comunale a Novara. Ama le scienze, la lettura, la scrittura, i viaggi, la montagna, la bicicletta, la musica, la cucina, la compagnia degli amici e della sua famiglia, la pace e l'intelligenza creativa.

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