L’allarme è stato lanciato una settimana fa dopo una fuoriuscita di acido e di liquami radioattivi da un serbatoio di liscivia, un potente solvente usato nelle operazioni di estrazione dell’uranio. Nell’incidente sono rimasti feriti alcuni dipendenti di un impianto minerario di Rossing. Già due settimane fa, però, un milione di litri di acque contaminate era avvenuto in un’altra miniera di uranio del Kakadu National Park, situato nel nord del Paese.
I due eventi sono accomunati dall’azienda che le gestisce, la Rio Tinto, compagnia nella quale la Corona britannica investe ingenti somme di denaro da decenni e che possiede la Energy Resources of Australia che controlla le attività estrattive nel nord del subcontinente oceanico.
Subito dopo gli incidenti, la compagnia aveva escluso problemi di contaminazione, ma, a una settimana dall’ultimo incidente, la minaccia dovuta alle perdite di uranio sembra essere più grave del previsto . Uno studio pubblicato da Nature Communications dimostrerebbe che le particelle di uranio, apparentemente immobili, si sono propagate attraverso materiale organico e metallico per poi riversarsi in un corso d’acqua.
L’Australian Conservation Foundation definisce allarmanti questi risultati, anche perché gli sversamenti sono avvenuti all’interno del parco nazionale di Kakadu che è stato dichiarato Patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Secondo l’ente australiano, le metodologie utilizzate dalla Energy Resources per evitare lo sversamento dell’uranio nell’ambiente si sarebbero rivelate assolutamente carenti.
Via | The Guardian
Foto © Getty Images
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