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Scorie radioattive in Italia, dal 2020 il deposito unico nazionale

Dovrebbe iniziare nel 2020 e terminare nel 2024 la costruzione del deposito unico nazionale delle scorie radioattive in Italia. Il tema è chiaramente molto delicato e i fattori e gli elementi in gioco sono davvero tanti: in primis ovviamente l’aspetto sicurezza; c’è poi il dibattito politico (con alcuni ritardi strategici per aspettare di superare l’Election Day); il confronto tra le parti in campo e le popolazioni locali; l’ipotesi (per ora improbabile) del coinvolgimento di altre nazioni europee per un deposito comune dell’UE.

Le centrali nucleari italiane sono spente. Ciò però non significa che il nostro paese non abbia dei rifiuti radioattivi, per ora sparsi in diversi (24) centri temporanei. Inoltre stanno per ritornare da Francia e Inghilterra delle scorie ad alta attività.

La faccenda deposito è gestita dalla Sogin, la società dello Stato italiano responsabile dello smantellamento degli impianti nucleari e della messa in sicurezza delle scorie. E’ la Sogin ad aver realizzato la Carta delle aree potenzialmente idonee (Cnapi), affidandola poi ai ministeri dello Sviluppo Economico e dell’Ambiente, che dovranno prendere la decisione finale sul luogo dove verrà edificato il deposito.

La Cnapi non è stata pubblicata, ma si conoscono le linee guida alla base della sua realizzazione. Il luogo prescelto dovrà essere fuori da aree sismiche, zone soggette a frane, zone protette. Non dovrà essere sopra i 700 metri di quota, sotto i 20 metri, a meno di 5km dal mare, a meno di 1km da fer­ro­vie o strade di grande impor­tanza, vicino alle aree urbane e ai fiumi.

Secondo quelle che al momento sono solo indiscrezioni, la Sardegna potrebbe essere la regione scelta per ospitare il deposito. Quando il Governo renderà nota la scelta, è facile immaginare che scatterà un braccio di ferro tra la Regione designata e il Governo stesso, per un deposito che per ovvi motivi nessuno vuole avere in casa.

Due sono i tipi di componenti che conterrà il deposito: 75 mila metri cubi di rifiuti di bassa e media attività (60% prodotti dalle attività di smantellamento degli impianti nucleari, 40% prodotti dalle quotidiane attività di medicina nucleare, industriali e di ricerca) e 15 mila metri cubi di rifiuti ad alta attività.

Ma è proprio necessario che questi rifiuti debbano rimanere in Italia? Per Ermete Realacci, presidente Commissione Ambiente della Camera, “è chiaro che la meta finale dei rifiuti ad alta attività deve essere ottenuta facendo un accordo con Paesi che hanno questo problema dieci, cento volte più di noi e che sono obbligati a gestirlo“.

Stefano Ciafani, vicepresidente di Legambiente, spiega è necessario gestire separatamente i rifiuti nucleari ad alta attività: “Si tratta di piccole quantità che fortunatamente non produciamo più perché le nostre centrali nucleari sono spente. I rifiuti ad alta attività possono essere gestiti in un deposito internazionale a livello europeo“.

La questione del deposito unico nazionale delle scorie nucleari ritornerà prepotentemente al centro del dibattito politico e sociale solo a partire da metà giugno, dopo i ballottaggi delle elezioni amministrative, quando si aspetterà da parte del Governo Renzi la comunicazione del luogo prescelto.

Foto: Centrale elettronucleare Garigliano, da Wikipedia

Alessandro Guerra

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Alessandro Guerra

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