I ciclisti sono la nuova casta? Per Facci pare proprio di sì

Sulle pagine del Giornale Filippo Facci attacca i ciclisti urbani

Chi ha provato a muoversi in bicicletta, chi conosce come vanno le cose sulle strade delle nostre città, chi ascolta le storie di chi pedala e chi si guarda intorno nei centri cittadini, ciclista, pedone o automobilista che sia non può accettare, se non come un puro esercizio di arte provocatoria, un articolo come quello scritto da Filippo Facci su Libero di martedì 17 giugno.

Il titolo è già tutto un programma Basta con la nuova casta dei ciclisti da metropoli, ma il contenuto va oltre, tanto da far pensare che l’invettiva sia la risoluzione pubblica di una questione privata.

A Milano, perlomeno in centro, sono i fighetti e i benestanti a usare la bicicletta, sono loro che scassano l’anima a tutti perché hanno scoperto che Milano non è Amsterdam e che - posso dirlo? - nessuno li sopporta più. Vivono in zone centrali o semicentrali, spesso non hanno colore politico (sono cari a Pisapia e lo erano alla Moratti) e possono permettersi di pedalare senza abbruttirsi sugli orridi mezzi pubblici che premono dalla periferia, maledicendo noi pendolari, noi motorizzati, noi normali,

è l’incipit del pamphlet contro le due ruote.

Il primo errore di Facci è dare ai “motorizzati” la patente di normali, il secondo quello di generalizzare facendo di tutti i ciclisti una massa indistinta che ostenta la propria superiorità/inferiorità.

Secondo Facci “la benzina è un falso problema” e il consiglio dato ai ciclisti è quello di comprarsi un’elettrica e un’ibrida e di usare i parcheggi a pagamento.

Che ci siano ciclisti maleducati è un dato di fatto, così come ci sono pedoni maleducati e automobilisti maleducati. Il problema è che un automobilista maleducato può fare molti più danni di un ciclista maleducato in caso di incidente, così come un ciclista maleducato può farne di ben maggiori rispetto a un pedone. I numeri relativi alle vittime della strada ci dicono che i ciclisti sono tutto tranne che una casta privilegiata, anzi.

Facci propone in rapida sequenza i comportamenti scorretti dei ciclisti,

quelli che vanno sui marciapiedi - odiati più dai pedoni che dagli automobilisti - o che se ne fregano dei semafori, imboccano sensi unici, vanno con le cuffie, stanno al telefono, svoltano senza segnalare, fanno correre il cane, si mettono in due o tre uno accanto all’altro, vanno senza mani, rallentano il traffico più di un Tir: e intanto hanno quell’espressione insofferente genere «cazzo volete, sono un ciclista».

Non è finita. Facci va all’attacco anche sulle zone 30:

Continuano a proporre che i mezzi motorizzati non possano oltrepassare i 30 all’ora, cioè, ripeto, i 30 all’ora: dopodiché, magari, abbatteremo anche i palazzi, distribuiremo retini per farfalle, soprattutto guarderemo il Pil mentre colerà a picco.

Ecco il nocciolo della questione: il Pil. Una città che dovesse viaggiare in bicicletta abbatterebbe il Pil, mentre per far aumentare il Pil ci vogliono macchine rombanti. O magari anche solo una silenziosa elettrica. Per far muovere l'economia, insomma, non bisogna muovere le gambe, ma il petrolio.

Ma il piatto forte deve ancora venire:

Milano è una metropoli che non è stata concepita per le biciclette, punto, e se fosse concepita per le biciclette non sarebbe Milano.

Tutto chiaro? Nella sua visione autocentrica, Facci non riesce a comprendere che per la maggior parte dei ciclisti la bicicletta è un mezzo per impiegare meno tempo, per non dover consumare benzina e tempo alla ricerca di un parcheggio, per risparmiare anche in tempi di crisi e per spostarsi dal punto 1 al punto 2 mettendo in moto meccanismi che migliorano lo stato fisico e mentale. Ecco, forse qualche pedalata in più non gli farebbe male, probabilmente non dovrebbe pescare dal suo vocabolario il verbo “odiare”, un verbo che utilizzato alla prima persona singolare è insensato per chiunque, tanto più per chi si rivolge a un pubblico che dovrebbe essere informato.

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Via | Libero

Foto © Getty Images

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