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Luc Jacquet: “L’emozione del cinema per comunicare i cambiamenti climatici”

La glace et le ciel dell’acclamato regista francese Luc Jacquet ha chiuso la diciottesima edizione di Cinemambiente

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La glace et le ciel ha chiuso ieri sera Cinemambiente, il più importante festival europeo sulle tematiche ambientali nato alla fine degli anni Novanta e divenuto un punto di riferimento a livello globale. Dietro la macchina da presa di questo documentario presentato in anteprima all’ultimo festival di Cannes c’è Luc Jacquet, il regista de La marcia dei pinguini che resta a tutt’oggi, a dieci anni dall’uscita al cinema, il più grande incasso della storia del cinema per quanto riguarda un documentario naturalistico.

Nei cinema italiani Jacquet è arrivato anche con La volpe e la bambina e due anni fa era stato ospite, nella stessa sala dove ieri sera ha presentato il suo ultimo lavoro, per l’anteprima italiana di Il était une forêt.

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Il suo ultimo lavoro uscirà in Francia fra dieci giorni e, successivamente, è già stato acquistato da Germania, Stati Uniti e Gran Bretagna, ma non ha ancora una distribuzione italiana.

La glace et le ciel racconta la parabola umana e professionale di Claude Lorius, scienziato, ora 82enne, che nel 1957 decide di partire per l’Antartide senza sapere che le sue ricerche diventeranno una pietra miliare nella storia della climatologia. Abbiamo incontrato Luc Jacquet alla vigilia dell’anteprima italiana del suo film, ecco cosa ci ha raccontato.

Dopo La Marcia dei pinguini un altro documentario sull’Antartide. Da che cosa nasce questa sua passione?

“Si tratta di un posto che mi ha sempre attratto sin da quando, biologo 22enne, ci sono andato per la prima volta. Potrei riassumere questa fascinazione in quattro punti. Primo: ci si trova di fronte a un paesaggio potente e violento. Secondo: è un territorio che ti mette alla prova e che mette a nudo la debolezza umana al cospetto della natura. Terzo: l’Antartide tira fuori il meglio dei rapporti umani, dall’umiltà allo spirito di squadra. Quarto: ogni tanto mi piace allontanarmi in un luogo remoto”.

Quello dei cambiamenti climatici è un tema che viene spesso trattato con abbondanza di dati e statistiche. Che cosa possono fare la fotografia e il cinema perdivulgare questi temi e qual è la loro forza?

“Credo che ci sia una differenza importante fra fotografia e cinema: il secondo deve comunicare emozioni per un’ora e mezza. Io stesso, pur essendo uno scienziato, faccio spesso fatica a capire i dati scientifici che vengono forniti per spiegare i cambiamenti climatici. Credo che il cinema sia importante per creare emozioni e, in questo modo, coinvolgere le persone spingendole a prendere coscienza di ciò che accade”.

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Dopo averci fatto innamorare dei pinguini come riuscirà a fare altrettanto con i ghiacciai dell’Antartide?

“Di film sul global warming ce ne sono in abbondanza, ma io non volevo mostrare i disastri che ne sono la conseguenza e nemmeno girare una replica del film di Al Gore. Mi sono voluto concentrare su Claude Lorius perché la sua è una storia potente, quella di un uomo che ha vissuto per molti anni in un luogo pericoloso, consacrando buona parte della sua esistenza ai problemi ambientali”.

Quali sono state le sue più importanti scoperte?

“Il suo lavoro è il fondamento degli studi sull’effetto serra. In primo luogo ha scoperto la correlazione fra i gas serra e il riscaldamento globale. Poi, grazie ai carotaggi è riuscito a evidenziare la ciclicità di fenomeni di glaciazione e riscaldamento negli ultimi 100mila anni e il picco venutosi a creare dopo la rivoluzione industriale che prova come il global warming sia un fenomeno di matrice umana. Lorius ha dovuto superare lo scetticismo del mondo scientifici e anche la pressione di tutti coloro che avrebbero preferito che i suoi dati non venissero presi in considerazione.

Che messaggio ci trasmette la vita di questo straordinario personaggio?

“Sicuramente un messaggio di ottimismo. Lorius ha sempre creduto nell’essere umano e nella sua capacità di reagire quando si trova sull’orlo della catastrofe”.

E da lei che cosa ci dobbiamo aspettare in futuro?

“Sono impegnato in due progetti. Il primo si intitolerà Le fleuve de la vie e parlerà della biodiversità. Ci saranno cinque spedizioni in diversi luoghi del Pianeta e cercherò di mostrare come ogni singola creatura sia interconnessa. Poi lavorerò sui dipinti delle grotte di Lascaut, in Dordogna e cercherò di capire perché l’uomo abbia inventato l’arte”.

Le glace et le ciel è un progetto crossmediale, con uno splendido sito in cui si possono approfondire i temi del film con uno storytelling interattivo curato dallo stesso Jacquet e dalla sua organizzazione Wild Touch e narrato da Marion Cotillard.

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