COP21, Realacci: “Parigi non sarà un’altra Copenaghen”

La COP21 si avvicina e Askanews ha intervistato Ermete Realacci, presidente della VIII Commissione Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici della Camera e della Fondazione Symbola per saperne di più sull’importante appuntamento di fine mese.

Realacci spiega come i fenomeni meteorologici estremi, in Italia, siano aumentati del 900% rispetto agli anni Settanta, ma, anche, quanto i cambiamenti climatici siano alla base di molti cambiamenti epocali a livello geopolitico, si pensi alla crisi siriana e al boom di migrazioni verso l’Europa.

Realacci è ottimista e vede in Parigi un’opportunità per mettersi alle spalle il fallimento e l’incompletezza delle precedenti conferenze sul clima:

“In passato gli accordi sul clima sono stati sostenuti dall'Europa, Kyoto è rimasta in piedi perchè l'Europa si è impegnata ed ha fatto la sua parte, gli altri si sono sfilati. Oggi sia Usa sia Cina per motivi diversi spingono per politiche più avanzate. Obama vuole addirittura fare di questo il segno della fine della sua presidenza. La Cina ha enormi problemi ambientali ma sta provando a cambiare rotta. L'anno scorso, con una crescita "solo" del 7%, ha comunque diminuito dell'1% le emissioni di CO2. Una buona premessa affinché Parigi non finisca come Copenaghen, dove la COP è stato un fallimento. Ma credo che l'orgoglio nazionale francese non permetterà un fallimento, e l'Europa deve essere con i francesi in questo”.

Per quanto riguarda l’Italia, Realacci si esprime in termini ottimistici, secondo lui il nostro

“è un Paese che è abituato da secoli a lavorare in assenza di materie prime. La nostra economia è portata a produrre qualità, bellezza, a consumare più intelligenza che energia e materie prime. Nei vari settori dell'economia italiana c'è uno spread green positivo. Nonostante arretratezze evidenti, come la terra dei fuochi o i bassissimi livelli di raccolta differenziata della Sicilia, siamo ad esempio il Paese in Europa che recupera più materie prime, 25 milioni di tonnellate l'anno, più dei tedeschi”.

Secondo un rapporto di Fondazione Symbola e Unioncamere la green economy, nel nostro Paese, vale 102 miliardi di euro di valore aggiunto e 3 milioni di green jobs. Naturalmente sono cifre ipotetiche che cozzano con un Governo che punta a valorizzare le risorse fossili, lasciando alle rinnovabili una mancetta.

Altre cifre. Dall’inizio della crisi il 25% delle imprese italiane ha fatto investimenti nelle rinnovabili e questa parte lungimirante del mondo del lavoro è anche quella che esporta maggiormente, il doppio degli altri, creando conseguentemente maggiori posti di lavoro. Nell’ultimo anno il 60% dei nuovi posti di lavoro sono nati in ambiti direttamente o indirettamente legati all’ambiente e la percentuale sale al 70% per quanto riguarda la ricerca e lo sviluppo. La quota di energia elettrica prodotta dalle fonti rinnovabili e pari al 40% del totale, spiega Releacci ricordando l’importanza dell’enciclica papale Laudato Si’: “Mai vista un'enciclica in cui si parlasse di raccolta differenziata o di car sharing”.

Via | Askanews

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