Sotto le acque ghiacciate dell’Antartide, in un luogo tanto inospitale quanto meraviglioso, c’è vita, così come testimoniano le ricerche condotte dalla Bas e le fotografie di esseri viventi meravigliosi.
I ricercatori della Bas, inviati a studiare le diverse forme di vita nelle acque del mar di Bellingshausen in Antartide, hanno scoperto sotto le acque ghiacciate degli esemplari rarissimi di flora e fauna marine. Là dove le temperature degli oceani salgono più rapidamente, il fotografo Peter Bucktrout ha fotografato gli esemplari incontrati ad uno ad uno.
I ricercatori hanno scoperto, fotografato e catalogato fiori dei fondali, stelle marine, pesci, alghe ed altri esseri viventi dalle caratteristiche particolari, prima tra tutte quella di poter vivere ed adattarsi ai freddi fondali dell’Antartide. Molte delle specie fotografate sono molto sensibili ai cambiamenti di temperatura, e con l’innalzamento della stessa, l’ecosistema e la biodiversità delle acque antartiche sono a rischio.
via | bas
Ho letto con grande interesse l’articolo Why Algae Won’t Fly Anytime Soon sul blog The crankyflier che mette in discussione per il prossimo futuro la produzione di biocarburante da alghe.
Dove sta il problema? Nella filiera produttiva: occorre troppa energia e il processo, dunque, non è sostenibile e non è conveniente.
Scrive Cranky:
Ci vuole un sacco di energia e l’uso di sostanze chimiche per fare niente che non è esattamente un processo sostenibile.
Racconta Cranky che della produzione di biocarburante da alghe ne ha parlato con Riggs Eckelberry CEO di OriginOil. Ebbene, nonostante Riggs con la sua società abbia individuato un sistema per l’estrazione di biocarburante da alghe il meno dispensioso possibile, tanto che riesce ad usare 1 sola tonnellata di acqua, riusabile per altri processi, questo non risulta ancora sufficientemente economico per garantire il pieno ad un aereo.
Continua a leggere: Biocarburante da alghe: basterà per fare il pieno a un aereo?
Da stamattina nelle acque del Salento vige il divieto di pescare a strascico o volante per tutti i pescherecci iscritti nei compartimenti marittimi di Taranto, Gallipoli e Brindisi, ovvero per tutta l’area del tacco d’Italia. La norma entra in vigore nello stesso giorno in cui tornano a pescare i pescherecci della parte Nord dell’Adriatico, quelli registrati nei compartimenti marittimi di Bari, Molfetta e Manfredonia.
L’ordinamento, firmato dal sottosegretario alle Politiche Agricole e Forestali Buonfiglio, è entrato in vigore per proteggere gli ecosistemi dell’ambiente marino, delicati e indispensabili per il patrimonio biologico del basso Adriatico e dello Ionio, della cui fragilità avevamo già parlato.
La pesca a strascico è particolarmente invasiva nei confronti dell’ambiente marino: le reti distruggono e asportano qualsiasi cosa incontrino, tra cui pesci, coralli, invertebrati, alghe, e la pratica è dannosa nei confronti di ecosistemi complessi, che difficilmente possono essere reimpiantati. Anche se l’interruzione di un mese non sembra abbastanza per compensare tutto ciò che viene distrutto nei restanti undici.
Foto | Flickr
Lungo il litorale del Passetto, ad Ancona, da due giorni vige il divieto assoluto di balneazione, a titolo cautelativo, imposto dal sindaco Gramillano dopo che è stata rilevata una presenza dell’alga Ostreopsis ovata superiore alla norma.
L’alga tossica Ostreopsis Ovataè un’alga unicellulare, di grandezza microscopica, tipica dei mari tropical, ma da qualche anno instauratasi anche nel Mediterraneo. Sul litorale di Ancona si è registrata una densità superiore a quella consentita, cioè più di 10.000 cellule per litro d’acqua.
Oltre a richiedere la pulizia della riva, il sindaco ha imposto il divieto di balneazione perchè il contatto con l’alga può provocare diversi disturbi nell’uomo, dalla febbre alta alla dermatite, da cefaleae nausea fino a disturbi respiratori seri. Si consiglia anche di non fermarsi lungo la spiaggia del Passetto perchè anche l’inalazione della tossina potrebbe provocare disturbi alle vie respiratorie.
Foto | Flickr
L’arsenico è presente in molti composti utilizzati in agricoltura (erbicidi in massima parte) e non di rado diviene un inquinante delle falde idriche con ripercussioni per la potabilità ma anche per l’equilibrio naturale della zona. Non da ultimo, è naturalmente presente in molti pozzi di paesi in via di sviluppo.
Una scoperta dei ricercatori del Montana State University potrebbe trovare una soluzione per l’inquinamento prodotto da questo elemento. La Cyanidioschyzon è un’alga rossa unicellulare che vive a Yellowstone ed è presente anche in ambienti estremi con pH molto acidi, alte temperature ed elevate concentrazioni di arsenico.
Hanno la capacità di trasformare i composti tossici dell’arsenico in altri meno dannosi o addirittura volatili. Questa alga potrebbe mostrarci quindi la strada per operare una riduzione delle concentrazioni o addirittura il risanamento di un sito inquinato. Ancora è presto per cantar vittoria, ma la via sembra già segnata.
Via | Montana State University
Foto | Montana State University
Il recente studio del genoma della Phaeodactylum tricornutum, ha permesso di evidenziare come queste forme di vita abbiano un corredo genetico decisamente imprevedibile. Lo studio aveva il compito di sequenziare il genoma di questa diatomea e di confrontarlo con un’altra specie, la Thalassiosira pseudonana. Le differenze tra le due sono rilevanti, con ben il 40% di geni non condivisi.
Ancora più insolito è stato scoprire che esistevano delle porzioni di DNA di alcuni batteri in entrambe le specie. Il merito del particolare corredo genetico andrebbe ad un continuo scambio di DNA tra batteri, altri organismi e le alghe. Ci troviamo di fronte a specie con una componente transgenica del tutto naturale e la cui particolare evoluzione ne ha permesso la colonizzazione di diversi ambienti: sempre grazie al trasferimento avrebbero acquisito la capacità fotosintetica, ma anche la possibilità di trattare l’urea con processi tipici del regno animale.
L’altro scopo dello studio è quello di cercare di utilizzare queste alghe unicellulari per intrappolare carbonio nei fondali marini. Per farlo sarebbe necessario fornire del ferro al fine di indurre una fioritura che porterebbe poi a morte le alghe con conseguente deposizione nei fondali marini. Secondo i ricercatori questa potrebbe essere una possibile soluzione all’aumento di CO2 in atmosfera. Nutro forti dubbi su questa ultima conclusione: tutto sta a conoscere il ciclo di eventi che ne conseguirebbe. E se la cura fosse peggio del male?
Via | cordis.europa.eu
Foto | Alexander H.M. Cascone
Secondo i ricercatori della Malaspina University College e l’ecologista Max Bothwell del Environment Canada, Vancouver Island è l’epicentro dell’infestazione di viscide alghe marroni definite “rocksnot”.
Sembra che le acque fluviali non contaminate siano ormai poche a causa della rapida espansione di queste alghe: infatti la loro prima apparizione risale al 1989 nel Gold River ed in cinque anni hanno raggiunto i fiumi di altre 12 isole. Nel 2007, nelle acque del lago Edith vicino Kamloops sono morti all’incirca 300 pesci a causa dell’enorme quantità di alghe, mentre lo scorso giugno nel lago Shuswap si è creata un enorme striscia di alghe dal color dorato della lunghezza di 50km.
La scorsa primavera il Wood Lake è stato addirittura chiuso dal dipartimento di sanità locale a causa di alcuni fiori dal colore blu-verde in grado di uccidere un cane in due ore. Le possibili cause sembrano essere il nuovo sviluppo di case, agricoltura, case galleggianti e quindi ancora una volta inquinamento prodotto dall’uomo.
Via | Canada.com
Foto | Flickr
Arriva un’importante scoperta sulle microalghe applicabile nel campo delle energie rinnovabili. L’Enea ha infatti messo a punto una nuova varietà della microalga “Chlamydomonas”, capace di illuminarsi e spegnersi grazie all’aggiunta di sali al mezzo di coltura. I ricercatori dell’Enea hanno trasferito in questa alga di acqua dolce il gene della luciferasi, infatti, diversamente ad altre alghe marine, questa non ha luminescenza propria.
Questo gene viene attivato da una sorta di interruttore genetico (detto promotore) ottenuto con l’aggiunta di un sale comune al mezzo di coltura. Aggiungendo poi un secondo sale antagonista l’alga “si spegne” proprio come un interruttore della luce. La quantità di sali necessaria è bassissima, e quindi il costo è compatibile con grossi impianti di coltura.
Queste microalghe convertono l’energia solare con un’efficienza molto più alta rispetto alle piante terrestri e sono in grado di fissare la CO2 proveniente dagli impianti industriali. Contribuiscono pertanto ad una mitigazione dell’effetto serra oltre che essere utilizzate per la produzione di idrogeno e biodiesel. Questa scoperta potrebbe aprire nuove prospettive per quel che riguarda la produzione di biocarburanti da microalghe coltivate su terreni di scarso valore agricolo, senza ripercussioni sul mercato dei prodotti alimentari.
Via | Plosene.org
Foto | Flickr
Non si può parlare ancora delle sette piaghe di biblica memoria, ma la Cina con gli ultimi disastri subìti ci si sta avvicinando parecchio. Prima il terremoto nel Sichuan, poi le inondazioni e da qualche ora alghe e cavallette. Fenomeni che riflettono un mutamento ambientale e climatico di vasta portata e che a causa della siccità di queste ore ha portato il lago Tai al di sotto del livello di guardia. Il risultato è che le alghe hanno iniziato ad infestare le acque peraltro potabili del lago e al Wal-Mart della zona è stato chiesto di razionare l’acqua confezionata: non più di 24 bottiglie a testa.
Ad essere infestata dalla alghe è anche la Baia di Quingdao, città scelta come sede per le gare di vela che circa 4000 persone stanno ancora ripulendo dalle circa 150 mila tonnellate di alghe.
Secondo alcuni funzionari cinesi e alcuni esperti la colpa della eccessiva proliferazione delle alghe è dovuta ad una combinazione di fattori tra cui le acque e dai venti più caldi. Hanno notato giapponesi e coreani che le alghe non sono nocive e che addirittura si potrebbero mangiare.
Secondo Fei Xiugang, esperto di alghe queste assorbono biossido di carbonio aiutando a pulire l’acqua, Mentre per Liqing Wang, professore di biologia marina alla Shanghai Ocean University, ha detto che l’eccessiva presenza di alghe potrebbe essere dovuta all’inquinamento delle acque troppo cariche di nutrienti.
Continua a leggere: Alghe e cavallette sulle Olimpiadi cinesi
Ellery Ingall del Georgia Institute of Tecnology ha scoperto, assieme ai suoi colleghi, che l’elevata concentrazione di polifosfati nelle diatomee è collegata alla produzione di apatiti. I giacimenti che tutt’oggi ci riforniscono di questo prezioso elemento per l’agricoltura sarebbero legati all’attività di dette alghe unicellulari rendendole l’anello primario nel ciclo del fosforo.
Gli scienziati hanno poi notato, analizzando il materiale depositatosi nei fondali, che parte del fosforo analizzato era sotto forma di polifosfato, una parte era apatite ed una parte era costituita da materiale di transizione tra i due composti. Insomma, a seguito di questi cicli si sviluppano reazioni in grado di produrre le apatiti.
Tali reazioni dovranno essere studiate e riprodotte in laboratorio. La possibilità di coltivare delle diatomee per raccogliere polifosfati, trasformarli e poi ridistribuirli nei campi coltivati consentirebbe una maggiore sostenibilità del settore primario bypassando le fase di ricerca dei siti e di estrazione del minerale.
Via | Georgia Institute of Tecnology
Foto | qorize