
Ok, se siete qui a leggere vuol dire che la questione cambiamenti climatici vi interessa e non poco, il che di questi tempi costituisce una notevole discriminante. Dunque, il 2010 è stato definito dal NOAA (National Oceanographic and Atmospheric Administration,) l’anno più caldo in assoluto.
I 5 segni climatici che potrebbero attestare il riscaldamento globale sarebbero:
più pioggia; più incendi; più uragani; più tornado, meno ghiaccio ai poli.
Discutibile? Si e no. Che qualcosa stia accadendo al clima è sotto gli occhi di tutti. Di cosa si tratti e in cosa si trasformi nessuno lo sa. E veniamo alla parte scientifica con Ugo Bardi, Presidente Aspo Italia che ha partecipato a Roma al convegno La Fine del mondo: istruzioni per l’uso che si è tenuto nel corso del Festival della scienza. Ebbene, spiega Bardi, quel rallentamento delle emissioni di CO2 tanto invocato e mai ottenuto in pratica da scelte politiche lungimiranti, si sta verificando a causa (o grazie, dipende dai punti di vista) della crisi globale e del picco del petrolio. Il che però, sembra non essere sufficiente a far raffreddare il Pianeta.
Ecoblog Caccia Intervista a Rizza Presidente Wwf Sicilia
Caricato da blogovideo. - Animali divertenti, guarda i video.
Giusto ieri, in molte regioni italiane, ha aperto la stagione della caccia 2010-2011, con le solite giustificate polemiche dovute all’anticipo sui tempi deciso dai vari assessori regionali. Un anticipo che mette in serio pericolo la riproduzione di molte specie di animali.
Su quest’argomento ho raggiunto al telefono il presidente del Wwf Sicilia per farmi spiegare quali sono le preoccupazioni maggiori della sua associazione, che sta preparando ricorso al Tar come molte altre.
Vi propongo una sintesi di ciò che mi ha detto, scusandomi con la qualità dell’audio che non è eccellente (come al solito, nelle interviste telefoniche va sempre così…). Tra le varie cose che mi ha fatto notare una mi ha colpito: in Sicilia (ma il discorso vale per molte regioni italiane, specialmente quelle del sud) è ancora emergenza incendi. Con due conseguenze.
La prima è sugli animali, messi a dura prova dai roghi che, ora, si vedono spuntare anche le doppiette. La seconda è sui cacciatori che, qualora volessero sgarrare e cacciare ciò che gli pare senza tener conto delle scadenze previste dal calendario venatorio, potrebbero farlo in tutta tranquillità: gli uomini del Corpo Forestale dello Stato, cioè coloro che dovrebbero tenerli sott’occhio, per almeno altri quindici giorni saranno impegnati a spegnere i fuochi…
Che siano derivati dal riscaldamento globale o da semplici piromani, gli incendi che stanno devastando da settimane la Federazione Russa e altri paesi dell’est Europa iniziano comunque a fare realmente paura.
Dopo il rischio per le centrali nucleari attive, alcune delle quali sono in pericolo perché circondate dalle fiamme, ora la cittadinanza teme per le radiazioni che potrebbero diffondersi a causa di alcuni roghi che stanno interessando le aree contaminate dall’incidente di Chernobyl del 1986.
Greenpeace Russia ha preso una mappa e ha segnato tutte le aree colpite dal fuoco, mettendo in evidenza, già alcuni giorni fa, che gli incendi si stavano avvicinando pericolosamente alle foreste della regione di Bryansk. Si tratta di una delle aree interessate dalla contaminazione dell’incidente di 25 anni fa.

Ecosistema incendi è il monitoraggio annuale effettuato da Legambiente sulle azioni dei Comuni italiani nell’applicazione della legge 353/2000 e nella mitigazione del rischio incendi boschivi.
È un corposo dossier sul numero dei roghi e sulla superficie di terreno, boscato e non boscato, percorsa dal fuoco ogni anno. L’edizione 2010, appena presentata, mostra un paese diviso a metà con il sud e le isole che sembrano ormai terra di conquista per i piromani. Come spiega lo stesso dossier:
Analizzando con attenzione i dati relativi ai roghi che sono divampati lo scorso anno in Italia si nota come il fenomeno incendi si caratterizzi sempre meno come un’emergenza nazionale e al contrario sempre più come una drammatica emergenza che aggredisce alcune regioni del Sud e le isole. Basti pensare che nell’ultimo anno in Sardegna è andata in fumo oltre la metà di tutta la superficie italiana colpita dalle fiamme
Augusta, ore 17:00 di domenica 18 luglio 2010: fuoco, fumo e odori nauseabondi provenienti dalla raffineria mettono in allarme la popolazione del triangolo industriale siracusano. Un territorio avvelenato del quale ci eravamo occupati recentemente parlando degli effetti dell’inquinamento sulla salute umana.
Questa volta, però, a far paura è l’ennesimo incidente e il conseguente “fuori servizio” alla raffineria. Un incidente documentato, anche con foto e riprese, da un cittadino che è noto nel triangolo per essere una spina nel fianco dell’industria petrolifera: Salvo Maccarrone, da anni, tiene l’archivio audio-video degli incidenti alla Esso, alla Erg-Isab in tutti gli altri impianti del petrolchimico. Dal suo sito riportiamo, oltre al video, la cronistoria dell’incidente:

Terna rende noto di aver avviato l’iter burocratico per la costruzione dell’”anello elettrico” tra Capri, Ischia, Procida e Torre Annunziata. Si tratta di un cavo ad alta tensione, in gran parte sottomarino, che collegherà elettricamente le isole con la terraferma.
Ciò permetterà, a lavori ultimati, di mandare in pensione la vecchia e inquinante centrale elettrica a gasolio di Capri, con grande vantaggio per l’ambiente. Ma anche per la sicurezza: più volte è capitato, infatti, che l’obsoleto impianto di produzione di energia elettrica andasse in tilt causando incidenti e incendi.
La nuova linea, anche per questo, garantirà un servizio migliore per i capresi e i turisti: meno interruzioni elettriche, una linea più stabile, il tutto con meno emissioni inquinanti e zero CO2 in atmosfera: l’elettricità consumata a Capri, Ischia e Procida, infatti, verrà in futuro prodotta fuori dalle isole, ottimizzando il sistema elettrico campano.
Secondo Terna, se non ci saranno intoppi burocratici, i lavori per il nuovo cavo inizieranno nel 2011 e dureranno un paio di anni.

Uno studio dell’INPE, l’istituto Nazionale brasiliano per le ricerche speciali, ha stabilito che la foresta amazzonica potrebbe essere dimezzata nel 2050, ridotta per la metà ad un deserto tropicale, individuando nello stato della foresta tra 40 anni il punto di non ritorno. Dopo di che non sarà possibile tornare indietro e la Foresta Amazzonica scomparirà del tutto in ancora meno tempo.
Secondo lo studio, quello sopra descritto è lo scenario peggiore, ma anche il più probabile, se le regioni dell’Amazzonia non dovessero intervenire con leggi severe ed efficaci per ridurre la deforestazione, così come ha fatto il Brasile. Se non si interviene con tempestività. la deforestazione, gli incendi, e le emissioni di gas serra ridurranno metà dell’Amazzonia ad una savana tropicale.
Gli anni a venire saranno cruciali per la vegetazione della foresta amazzonica, che risentirà dell’aumento delle temperature, della deforestazione continua e dei roghi. Poiché la vegetazione della foresta ha un ruolo cruciale nel regolare il clima mondiale, la perdita di vegetazione contribuirà ad accelerare la velocità dei cambiamenti climatici e l’ulteriore perdita di vegetazione perché ci sarà sempre meno foresta a regolarli. In un processo che diventerà sempre più veloce, le regioni del Sud e del Sud-Est del Brasile riceveranno sempre meno acqua e perderanno la foresta, divenendo più vulnerabili agli incendi.
Secondo lo studio, il circolo della perdita di Foresta Amazzonica sarà più veloce se si continuano a perdere aree di foresta, la terra sarà più secca e gli incendi attecchiranno meglio. Fino al 2050, quando il livello di foresta perduta sarà tale da non poter più tornare indietro e la desertificazione sarà ormai a metà di quello che oggi possiamo ancora chiamare Foresta Amazzonica.
Foto | Flickr
via | Treehugger

Con una lettera al deputato del Pd Ludovico Vico, inviata per conoscenza anche a Prefettura, istituzioni locali, Vigili del fuoco, Arpa, Asl e Forze dell’ordine, il direttore della raffineria Eni di Taranto, Settimio Carlo Guarrata, fornisce spiegazioni sull’incidente dello scorso 7 aprile, il secondo in meno di trenta giorni nella stessa raffineria.
Guarrata, rispondendo all’On Vico che precedentemente aveva chiesto informazioni sull’accaduto, getta acqua sul fuoco: nessun problema, nessun danno ambientale, nessun rischio per i lavoratori o per la popolazione. Come riporta la Gazzetta del Mezzogiorno, Guarrata ha spiegato che
L’incendio generatosi è stato caratterizzato dalla rapida combustione dei vapori di benzina e idrogeno, provocando anche un boato dovuto alla repentina variazione di pressione associata allo spostamento d’aria richiamata dalla combustione. La messa in sicurezza prevede la depressurizzazione verso i dispositivi di sicurezza quali sono le torce, dimensionate per gestire eventi ben più severi e che hanno quindi assolto la propria funzione con efficacia ed efficienza sviluppando una combustione regolare. La conseguente fumosità non altera e non ha alterato i parametri delle emissioni. Tra questi anche le polveri, che non hanno subìto alcun incremento. Ciò vale anche per il punto immaginato come emissivo, in quanto oltre la limitata e localizzata estensione dell’incendio, la combustione ha riguardato benzina, quindi frazioni idrocarburiche leggere, peraltro già desolforate, ed idrogeno
Continua a leggere: Raffineria di Taranto: per l'Eni è tutto ok

Dopo l’incidente mortale avvenuto nella centrale elettrica a carbone di Civitavecchia si è temuto il peggio questa notte a Taranto, quando i cittadini sono stati svegliati da un forte boato proveniente dalla raffineria Eni. Già in mattinata, però, si sono diffuse notizie rassicuranti: nessun morto e nessun ferito.
L’esplosione, a quanto pare, ha interessato una tubatura di trasporto del petrolio greggio. Molto probabilmente la pressione ha fatto un brutto scherzo, ma le cause sono ancora tutte da accertare. Le uniche due cose sicure sono le decine di telefonate arrivate al centralino dei Vigili del fuoco e il fatto che si tratta del secondo incidente grave all’interno di quella raffineria in meno di un mese.
Il 12 marzo scorso, infatti, a causa di una fuoriuscita di cherosene allo stato gassoso si è sviluppato un incendio all’interno di uno dei tubi adibiti al trasporto del gas fino agli impianti di raffreddamento. Anche in quel caso non ci furono morti né feriti ma i danni furono ingenti.
Via | Antenna Sud
Foto | Flickr

Google ha da poco pubblicato Zeitgeist 2009, ovvero la classifica delle parole chiave più cercate in tutto il mondo nel 2009, divise per categorie. In un anno ricco di novità politiche, a partire dall’elezione di Obama, e di preoccupazione per la crisi economica, le preoccupazioni della rete si sono concentrate sulla salute con l’influenza A e sulle conseguenze dei cambiamenti climatici, ovvero sui disastri.
Come si vede dal grafico che rappresenta le parole chiave più cercate nella sezione News, ai primi tre posti della classifica relativa ai disastri ci sono le catastrofi direttamente o indirettamente connesse all’ambiente: terremoti, incendi, tsunami.
Come Google stesso ci ricorda, purtroppo il terremoto che ha fatto impennare le ricerche on-line in tutto il mondo è stato quello de L’Aquila, mentre lo Tsunami che ha preoccupato maggiormente gli utenti americani è stato quello alle Samoa. Triste leggere la classifica dei disastri più cercati, ma in un futuro non troppo lontanto dovremo abituarci a convivere con l’imprevedibilità delle catastrofi ambientali, e non solo on-line, parola (chiave) di Google.