
Lo diciamo spesso su Ecoblog: non è necessario essere neo francescani per rispettare l’ambiente. Il benessere, le comodità e i vantaggi si possono ottenere anche senza sprecare le risorse del Pianeta. Come sarebbe possibile? Lo spiega bene Tim Jackson docente di sostenibilità (ebbene sì esiste una cattedra del genere!) all’università del Surrey nonché membro della Sustainable Development Commission del Governo britannico.
Ospite del WWF a Roma, Jackson, ha tenuto una lezione su come sia possibile vivere bene senza per questo sfruttare le risorse. Tra l’altro i paradigmi della sua economia sostenibile sono presentati nel libro:Prosperità senza crescita (Ed.Ambiente, 24 Euro), che può sembrare un ossimoro.
Prende di mira Jackson le fondamenta stesse del consumismo che si basa sul debito e sullo spendere più di quello che si ha. Che non sia la strada giusta lo stiamo capendo. Capiremo anche quale strada intraprendere? Dopo il salto in 11 punti le proposte di Jackson.
Continua a leggere: Tim Jackson presenta in Italia gli 11 passi per la prosperità senza crescita

Una giornata campale quella di ieri: il Principe Carlo, ospite al Parlamento europeo ha bacchettato gli scettici dei cambiamenti climatici. L’occasione è stata il discorso al Low Prosperity Carbon Summit.
In sostanza il Principe ha detto che la resistenza ad accettare i cambiamenti climatici da parte degli scettici si sta rivelando un potente freno all’economia globale:
Non vedo come sia possibile mantenere la crescita del PIL nel lungo termine se continuiamo a consumare voracemente, come il nostro pianeta come stiamo facendo. C’è un rapporto diretto tra la resilienza degli ecosistemi naturali e delle economie nazionali.
Fa notare Sua Altezza Reale: se ci pappiamo tutta la torta velocemente e voracemente e senza rispettare i tempi di rientro delle risorse naturali, come pretendiamo poi di mantenere la ricchezza così tanto e così a lungo?
Il che non fa un plissé ma richiede che si ragioni in termini di economia verde che non vuol dire rinunciare alla ricchezza, ma vivere e produrre ricchezza secondo tempi e risorse sostenibili. Anche senza petrolio e senza centrali nucleari.
Via | Parlamento europeo, Euractiv
Foto | Parlamento europeo
La protesta per l’ingiustificato aumento dei generi alimentari si è spostata dall’Algeria alla Giordania (la crisi in Tunisia ha radici più politiche). 5000 persone sono scese in piazza dall’altro ieri a Amman per protestare contro gli aumenti del prezzo pane e degli alimenti in genere.
Anche qui sotto accusa le politiche economiche del governo retto da Re Abdullah II. la Fao aveva previsto che crisi alimentari avrebbero scosso molti paesi. Il rapporto si intitola State of Food Insecurity in the World e pone l’accento sul fatto che gli affamati sarebbero cresciuti di circa un miliardo di persone. E individuava la fascia del Nord Africa a rischio a causa del conflitto in Afghanistan. Ebbene, la previsione è stata rispettata.
Spiega The Guardian:
Le proteste in Giordania, e infatti in Tunisia e Algeria,arrivano dopo che la FAO ha pubblicato uno studio sulle cifre, che dimostrano che i prezzi sono al loro massimo dopo la crisi alimentare del 2008. Il prezzo medio globale di cibo - tra cui i cereali, olio, carni e prodotti lattiero-caseari - è stato superiore del 25% nel dicembre 2010 rispetto a dicembre 2009. La scorsa settimana, la benzina superato i 90 dollari al barile.
Secondo Green Prophet a acuire la crisi anche le conseguenze di una serie di carestie e inondazioni:
Mentre l’impatto dei cambiamenti climatici è difficile da quantificare in termini esatti, non c’è dubbio che le recenti siccità e inondazioni hanno svolto un ruolo nella crisi alimentare. In realtà gli echi dei recenti disordini politici sono secondo Polly Higgins, l’avvocato ambientalista recentemente intervistata da Green Prophet, il risultato di un progressivo esaurimento delle risorse derivanti dalla grave distruzione dell’ambiente. Ha spiegato che “quando si riducono le nostre risorse ci ritroviamo in conflitto, letteralmente in guerra. In Darfur c’è una guerra per l’acqua, in Iraq c’è stata una guerra per il petrolio … “
Foto | Flickr
Come sarà l’industria della moda nel 2025? Continuerà a sprecare e ad emettere tanto quanto oggi o avrà compiuto un percorso verso la sostenibilità? Ci auguriamo la seconda, e con noi il Forum for the Future, che compie uno sforzo per guidare l’industria della moda mondiale verso un futuro più verde.
Quattro diversi scenari ipotizzano il futuro della moda nel 2025, tenendo conto dei cambiamenti climatici, della crescita della popolazione, della scarsità delle risorse, dello sviluppo della tecnologia, dei cambiamenti nella produzione.
Voi, come immaginate il futuro della moda: c’è uno tra i 4 scenari che ritenete possibile per il 2025? O immaginate un’industria della moda molto simile a quella di oggi, con le grande case che si contendono il mercato tra sprechi ed eventi tutt’altro che sostenibili?
via | fastcompany
Foto | Flickr
Come reagiscono uomini e donne di fronte ai cambiamenti climatici? Chi si interessa di più all’ambiente e alle sorti del pianeta? Chi, tra uomini e donne riuscirà ad adattarsi meglio ai cambiamenti climatici?
La risposta a tutte queste domande, fornita dal rapporto delle Nazioni Unite sullo Stato della Popolazione 2009, è la stessa: le donne sono più attente alle questioni ambientali e saranno quelle maggiormente colpite dai cambiamenti climatici, ma riusciranno ad adattarsi meglio alle conseguenze e alle circostanze.
Le donne hanno comportamenti più ecologici: guidano meno degli uomini e prendono l’aereo molto meno, riciclano di più degli uomini e propendono per acquisti eco-sostenibili. Per quanto riguarda i consumi, le donne sono molto attente e hanno una gestione improntata al risparmio energetico. A tavola le donne mangiano più verdure e vegetali e molta meno carne rispetto agli uomini: i consumi delle donne ed il loro regime alimentare sono meno impatttanti rispetto ai consumi degli uomini. E ciò per i paesi industrializzati.
Per quanto riguarda i paesi in via di Sviluppo, le donne saranno le più colpite dai cambiamenti climatici perchè vivono in uno stato di dipendenza economica che non permette loro di adattarsi facilmente ai cambiamenti. In più, a causa dei cambiamenti climatici, sarà più difficile per le donne trovare cibo, acqua e risorse per sè stesse ed i propri figli.
Il rapporto si conclude con la seguente affermazione:
I cambiamenti climatici, non solo metteranno a rischio vite umane e mineranno la disponibilità dei mezzi di sostentamento, ma renderanno più evidente il gap tra ricchi e poveri ed amplificheranno le inequità tra uomini e donne.
via | Treehugger
Foto | Flickr

Olibertè è la prima marca di sneakers realizzate in Africa, la cui storia è la storia di una rivoluzione che mostra la vera Africa, quella povera ma piena di potenzialità che, se espresse, possono cambiare la vita ai lavoratori e alle loro famiglie.
La gomma per fare le scarpe viene dalla Liberia dove la risorsa è disponibile in grandissime quantità e poco sfruttata come materia prima, mentre la pelle è naturale e viene dall’Etiopia.
L’azienda madre è Canadese, ma tutte le risorse vengono dall’Africa e sono piccole aziende africane che lavorano per produrre le sneakers disegnate secondo uno stile urban-chic che le rende l’acquisto ecologico ideale per l’autunno. Tutte le risorse impiegate nel processo di produzione delle scarpe Olibertè sono trattate equamente e le aziende coinvolte attuano un controllo sulle proprie emissioni.
via | treehugger
Giuseppe Onufrio, presidente di Greenpeace, in un videoblog pone una serie di domande sulle recenti mosse di Enel. A partire dalla richiesta di aumento di capitale agli azionisti, fatta con una massiccia campagna pubblicitaria e anche attraverso un video su Youtube, con la quale l’azienda spera di recuperare 8 miliardi di euro per coprire parte dei debiti derivati dall’acquisizione della società spagnola Endesa per quanto riguarda nucleare e carbone.
Altra mossa prevista è la vendita di parte di Enel Green Power, il settore che gestisce le rinnovabili e che a quanto pare sarebbe piuttosto redditizio. Tutto a favore però del sostegno di carbone e nucleare, non solo in Spagna ma anche in Romania e Slovacchia.
Greenpeace in realtà, con uno studio commissionato all’Università di Greenwhich, dubita sulla reale entità del debito di Enel, stimato sui 60 miliardi, e si chiede con che risorse finanziare pensa di poter investire nel nucleare nei prossimi anni. Insomma una richiesta di chiarezza nelle cifre e nelle strategie prossime future, soprattutto a beneficio di quelle persone che sono chiamate a ricapitalizzare l’azienda.
Via | Greenpeace

I presidenti di Liberia e Sierra Leone hanno firmato l’accordo che darà vita ad un Parco Nazionale transfrontaliero nella foresta di Gola, una delle foreste più estese dell’Africa occidentale.
Il Parco sarà dedicato alla pace, in un’area che di pace ne ha vissuta ben poca a cause delle sue risorse e della volontà di sfruttamento incontrollato delle stesse da parte di più governi: dai tronchi ai diamanti, i traffici hanno alimentato la guerra tra i due paesi e sfinito le popolazioni.
La nascita del parco, che unirà i 75.000 ettari della riserva di Gola in Sierra Leone ai quasi 180.000 ettari delle riservr di Lofa e Foya in Liberia, è il simbolo di un nuovo impegno verso le popolazioni, verso il territorio e verso l’ambiente.
Foto | Flickr
L’European Environment Agency (EEA) ha pubblicato recentemente un report sull’acqua: le riserve, gli usi e soprattutto gli sprechi di questa importante risorsa. I risultati non sono troppo confortanti e si consiglia un uso parsimonioso, considerando soprattutto l’incremento dei fenomeni siccitosi negli ultimi anni.
Tra i settori maggiormente coinvolti ovviamente l’agricoltura ha un ruolo cardine, con percentuali che raggiungono in alcune aree l’80% di tutta l’acqua estratta. Difficile però considerare la media del 24% per il settore primario e paragonare le precipitazioni inglesi con quelle siciliane.
L’unica strada percorribile tuttavia rimane quella di ridurre la domanda, minimizzare la quantità di acqua che estraiamo e aumentarne l’efficienza nell’utilizzo. I ricercatori hanno quindi elencato una serie di provvedimenti utili per una corretta gestione della risorsa.
Continua a leggere: L'Europa e l'acqua: uno studio europeo per ridurre gli sprechi
Il World Energy Outlook (WEO) dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) rappresenta un appuntamento ineludibile per tutti gli esperti di energia, gli ambientalisti ed i politici del mondo intero. Di conseguenza, in quest’anno caratterizzato da turbolenze-record nei settori delle materie prime, petrolifero ed ora della finanza e dell’economia in generale, l’uscita del WEO 2008 é stata “vegliata” con un’attenzione particolare.
L’Agenzia parigina rassicura che il mondo ha sufficiente petrolio per i prossimi 40 anni, nei termini usuali espressi dal quoziente Riserve/Produzione annua = anni (al consumo attuale), ma avverte che passare dagli attuali 85 milioni di barili al giorno ai 106 del 2030 costerà molto. Questo perché, già nel 2015, circa 30 milioni di barili dovranno essere prodotti da altri pozzi o con altri metodi. Cina ed India saranno responsabili di metà della crescita della domanda di energia primaria ed il Medio Oriente contribuirà per un ulteriore 11%.
La struttura in tre parti del WEO 08: 1) Tendenze mondiali dell’energia al 2030; 2) Prospettive della produzione di petrolio e gas naturale e 3) Il ruolo dell’energia nella climate policy (su 569 pagine!) rivela la vastità delle analisi prodotte e le molteplici prospettive considerate. Una tendenza tuttavia appare evidente, il petrolio sta cambiando e dovrà essere prodotto sempre più da nuovi giacimenti e grazie alle tecnologie di sfruttamento più avanzate (e relativi costi) applicate a quelli esistenti, per far fronte ad un declino stimato al 5/9% l’anno.
Via | International energy Agency (pdf pag 22)
Foto | David C. Foster