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Uranio impoverito in Siria: ecco cosa si rischia

L’Asia è sempre stato il “laboratorio” nel quale gli Stati Uniti hanno collaudato i nuovi armamenti. Le bombe nucleari di Hiroshima e Nagasaki nell’atto conclusivo della Seconda Guerra Mondiale, l’agente arancio, il napalm e altri agenti chimici in Vietnam e, poi, le armi con uranio impoverito in Kuwait e, successivamente, in Afghanistan e in Iraq. L’uranio ha lasciato un’eredità pesantissima, ma nonostante da oltre vent’anni i suoi effetti deleteri siano di dominio pubblico, il suo utilizzo continua a essere circondato da una cortina di fumo anche in virtù dei forti interessi economici che dalla sua commercializzazione vengono mossi.

Ora che all’orizzonte si profila un nuovo conflitto nell’area mediorientale si torna a parlare del possibile impiego di armi con uranio impoverito. Secondo Falco Accame, presidente dell’Anavafaf (Associazione nazionale assistenza vittime arruolate nelle forze armate e famiglie dei caduti) ed ex presidente della Commissione Difesa della Camera, in caso di attacco da parte delle forze armate statunitensi potrebbero piovere sulla Siria fino a 84 tonnellate di uranio impoverito:

Ognuno dei 280 missili Tomahawk, che dovrebbero essere utilizzati, contiene infatti 300 Kg di uranio impoverito negli impennaggi. Inestimabili i danni alla popolazione per i prossimi decenni. Cosa si aspetta a mettere al bando questo tipo di armi?

Già cosa si aspetta a mettere al bando queste armi. Una risoluzione dell’Onu datata 1978 aveva proposta di bandirle. E chi fu a proporla? Proprio gli Stati Uniti d’America che successivamente non firmarono i protocolli e usarono questo materiale altamente contaminante nei conflitti degli anni Novanta e del primo decennio del nuovo millennio.

Via | Ansa

Foto © Getty Images

 

 

 

Davide Mazzocco

Giornalista e saggista, attivo sul web dal 2000 ha collaborato con numerose testate fra cui L'Unità, Narcomafie, La Nuova Ecologia, Slow Food, Terra, Alp, Ciclismo, Sport Week, Extratorino, Suden e Cinecritica. Fra i suoi libri più noti vi sono "Propaganda Pop", "Giornalismo online", "Giornalismo digitale" e "Storia del ciclismo". Ha co-diretto il documentario "Benvenuto Mister Zimmerman".

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