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Olio di palma, sostenibilità e impatto ambientale. Un’intervista a Carlo Alberto Pratesi

Abbiamo intervistato Carlo Alberto Pratesi, titolare della cattedra di Marketing, innovazione e sostebibilità di Economia e Gestione delle Imprese al Dipartimento di Studi Aziendali dell’Università Roma Tre, per affrontare il tema della sostenibilità e dell’impatto ambientale nella produzione degli olii vegetali e, in particolare, dell’olio di palma.

Parliamo di olio di palma e ambiente: il tema è molto dibattuto e anche parecchio “di moda”. C’è una ragione specifica e oggettiva? La produzione dell’olio di palma costituisce davvero una minaccia per l’ambiente?

La palma da olio in sé è una pianta che potremmo definire molto ecologica, in quanto produce molto di più rispetto alla superficie occupata (al confronto con qualunque altro olio vegetale), non richiede irrigazione, produce meno Co2 rispetto a tutti gli altri olii o grassi. ​

Anche per queste sue caratteristiche, il suo successo commerciale è stato travolgente. E qui nasce il problema ambientale: gli agricoltori, dopo aver convertito alla palma i campi precedentemente destinati ad altre coltivazioni (per esempio, tè e gomma), attratti da una crescente domanda da parte delle aziende (soprattutto quelle non alimentari, di cui si parla poco ma sono la quota di gran lunga maggioritaria dei consumi: circa l’80%) hanno iniziato le pratiche di deforestazione. Ridurre la foresta (in particolare quella vergine) per fare campi coltivati è insostenibile e inaccettabile. ​

Quali sono, in generale, i rischi derivanti dalla produzione di oli vegetali?

​Come per ogni altro prodotto, le variabili di cui tenere conto sono per stabilire l’impatto ambientale sono tre: a) la produzione di gas a effetto serra, che producono il riscaldamento globale (carbon footprint); b) i consumi di acqua per la produzione (water footprint) e c) la superficie di terra utilizzata per produrre (ecological footprint). Quindi la maggiore o minore rischiosità va sempre misurata tenendo conto di uno o più di questi fattori.

Che cosa si intende per “olio di palma sostenibile”? È davvero possibile che la produzione di quest’olio rispetti il criterio di sostenibilità ambientale?

​Boicottare l’olio di palma tout court non ha senso – lo ha detto anche il WWF internazionale (si veda al riguardo l’intervista video ad Eva Alessi, responsabile sostenibilità WWF Italia) perchè i consumi si sposterebbero inevitabilmente su altri olii che hanno un impatto ambientale maggiore.

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E nessuno garantisce che gli agricoltori di Indonesia e Malesia (che vedrebbero ridursi notevolmente le vendite) non si spostino su altre coltivazioni che, in quanto meno redditizie, richiederebbero ancora più terreno da coltivare (e quindi ulteriore deforestazione). L’unica strada è quella di aiutare queste aziende agricole a produrre in modo sempre più sostenibile, ossia evitando la deforestazione, Un aiuto può venire dai consumatori che potrebbero chiedere alle aziende alimentari di usare solo olio di palma certificato (ossia realizzato senza danneggiare le foreste) anche se un po’ più costoso.​

​Praticamente tutte le aziende alimentari italiane che usano (ancora) olio di palma acquistano solo olio di palma certificato. ​

Che cosa pensa del progressivo abbandono – accompagnato da campagne pubblicitarie – dell’olio di palma da parte di alcune aziende in alcuni prodotti? È dettato da reale interesse per l’ambiente o si tratta, piuttosto, di una mossa di marketing?

​L’abbandono dell’olio di palma sostenibile, come ho spiegato, non può in alcun modo essere presentato come frutto di una scelta ambientalista (infatti questo non viene mai detto). La decisione è trainata dal motivi di marketing (il passaparola negativo si è diffuso in maniera incontrollata spingendo molti consumatori a non comprare prodotti con palma) e da motivi che potrei definire “protezionistici” in quanto il girasole (che in genere viene scelto come sostituto) è prodotto in Italia (o comunque in Europa).

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