Avorio, la Cina distrugge oltre 6 tonnellate di “oro bianco”

A Donngguan frantumati 6100 chili di avorio. Soddisfazione fra gli ambientalisti: “Un potente atto dimostrativo”

La Cina è fra i principali importatori di avorio al mondo, ecco perché la notizia della distruzione, da parte del governo di Pechino, di oltre 6 tonnellate di quello che viene soprannominato “oro bianco” è evento che segna un discontinuità rispetto al passato. Quest’oggi le guardie forestali della città di Donngguan hanno organizzato un grande evento pubblico che, secondo i gruppi di ambientalisti e animalisti, ha evidenziato come l’acquisto di avorio non sia solamente “immorale e sbagliato”, ma abbia raggiunto, ormai, dimensioni tali da mettere in pericolo la sopravvivenza degli elefanti.

Azzedine Downs dell’International Fund for Animal Welfare ( IFAW ) ha dichiarato che la distruzione è un potente atto dimostrativo in grado di dimostrare come il governo cinese sia “preoccupato per gli effetti che il traffico di avorio sta assumendo per le popolazioni di elefanti, così come le altre minacce alla sicurezza regionale che sono connesse alla criminalità della fauna selvatica.

Secondo IFAW, nel corso del 2013, ben 35mila esemplari di elefante sono stati uccisi per alimentare il business dell’avorio. La domanda è sospinta dalla rapida e crescente richiesta del mercato cinese, ormai seconda economia del mondo, che ha visto, nell’ultimo decennio, l’esplosione di una classe media con un’ampia capacità di spesa per acquistare sculture di avorio che sono considerate un vero e proprio status symbol.

I funzionari governativi hanno distrutto 6100 chili di avorio, il cosiddetto “oro bianco” che rende a bracconieri e società criminali fino a 2000 euro al chilo. L’avorio frantumato proveniva da spedizioni provenienti dall’Africa e intercettate in dogana. Alcune settimane fa anche gli Stati Uniti avevano mandato un’identica quantità (sei tonnellate di zanne di avorio). E i cinesi hanno voluto fare meglio, con un quintale in più di avorio.

Via | Al Jazeera

Foto © Getty Images

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