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Guerra e ambiente: le conseguenze ecologiche dei conflitti

Da Verdun all’Iraq, Footprints of War, documentario di Max M. Mönch, mostra l’impatto ambientale delle armi utilizzate nei conflitti dell’ultimo secolo

Quale impatto ambientale hanno i conflitti armati? Quali sono le conseguenze delle guerre sugli ecosistemi? Footprints of War, documentario di Max M. Mönch presentato nel Concorso Internazionale One Hour di Cinemambiente, cerca di rispondere a questa domanda partendo dal punto di svolta nella storia militare, quello che ha un luogo e una data: Verdun, 21 febbraio 1916. La battaglia di Verdun, durata 10 mesi, fino al 19 dicembre 1916, la storia militare subisce una svolta irreversibile. Se in passato le battaglie si erano concluse per l’esaurimento degli armamenti, a Verdun munizioni e bombe arrivano per mesi a ciclo continuo.

Per la prima volta nella storia dell’umanità, si uccide senza nemmeno vedere il nemico, accucciato nelle trincee e, sempre per la prima volta, vengono utilizzate armi chimiche e gas tossici. Per la prima volta una battaglia devasta un territorio condizionando l’ambiente anche per le generazioni successive. Molti terreni sono inutilizzabili. Lo stesso dicasi della Somme dove ben 50 tonnellate di bombe inesplose rimasero seppellite nel terreno dopo la fine del conflitto. L’obiettivo dell’Operazione Alberich è raggiunto: distruggere il territorio rendendolo inutilizzabile, inabitabile.

Mönch si sposta Oltreoceano ad Halifax, in Canada, dove tonnellate di armi sono state buttate nell’Oceano Atlantico al termine della Seconda Guerra Mondiale. Non c’è stato conflitto che non abbia lasciato una pesante eredità sull’ambiente, anche su quello marino. Nel Baltico sono state rilasciate armi dopo la Seconda Guerra Mondiale che in questi anni stanno iniziando a rilasciare gli agenti tossici nelle acque del Nord Europa.

I danni procurati dall’Armata Rossa sono incalcolabili e impenetrabili. L’unico a creare una breccia nel sistema informativo sovietico è stato Alexander Nikitin, finito sotto processo e incredibilmente assolto dalle accuse di spionaggio. È stato lui a rivelare come i sottomarini russi abbiano sversato per anni tonnellate di rifiuti tossici nucleari nelle acque marine. L’eredità della Guerra Fredda, comunque, si sconta anche sulla terraferma, nel sito di Andreva, considerato il luogo più contaminato al mondo per quanto riguarda i rifiuti tossici nucleari.

Oltre a Hiroshima e Nagasaki, circa 2000 bombe atomiche sono state sganciate a scopi sperimentali: a causa di questi esperimenti si stima che 400mila persone si siano ammalate di cancro.

Le conseguenze ambientali della guerra aumentano sempre di più. I 70 milioni di litri di agenti chimici rilasciati dagli aerei e dalle flotte dell’esercito statunitense in Vietnam continuano a fare le loro vittime a quarant’anni dalla fine del conflitto: l’Agente Arancio e la diossina utilizzati per deforestare e “stanar” i vietcong hanno distrutto il 15% delle foreste vietnamite. Ora il governo di Hanoi lavora alla bonifica (con l’aiuto del governo americano) e alla riforestazione.

L’ultimo capitolo è quello dedicato all’Iraq. Nel conflitto fra Usa e le forse di Saddam 3000 tonnellate di uranio impoverito sono state rilasciate nell’aria e nel suolo iracheni. I costi di bonifica sono elevatissimi e la Us Army ha pagato e paga un costo altissimo sia in termini umani che in termini economici: 13 miliardi di dollari vengono spesi ogni anno per risarcire i militari americani contaminati dall’uranio. Ma, come fa notare l’esperto di ecologia della guerra Gary Machlis, la guerra ha costi elevatissimi anche nella fase preparatoria. L’esercito americano consuma, da solo, una quantità di risorse fossili pari a quelle consumate dall’intera Svezia.

Chi prepara e chi è coinvolto in una guerra agisce in deroga a qualsiasi principio valido per la società civile: l’impatto ambientale dei conflitti continua a essere, per tutti gli eserciti del mondo, un effetto collaterale trascurabile e unanimemente condiviso.

Foto | Footprints of War

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