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Difendere l’ambiente e la Terra costa sempre più caro

La 75enne cambogiana Nget Khun è stata condannata a un anno di prigione per avere ostacolato la circolazione manifestando contro un progetto immobiliare. Scendere in piazza a difesa del proprio territorio costa sempre più caro, anche in Europa

C’è un nuovo fascismo strisciante, camuffato da sicurezza che a qualsiasi latitudine, nell’occidente democratico e “sviluppato” come nell’oriente autoritario e in via di sviluppo oppone le armi e l’autoritarismo delle polizie all’universale diritto di manifestare a difesa dell’ambiente e della Terra.

Lo scorso 12 novembre Nget Khun, una venditrice ambulante di Phnom Penh, è stata condannata da un tribunale cambogiano a un anno di prigione. Il suo crimine: avere ostacolato la circolazione manifestando contro il progetto immobiliare del lago di Boeung Kak, un immenso bacino prosciugato per accogliere residence di lusso e hotel.

Il fenomeno dell’accaparramento delle terre da parte dell’industria e delle multinazionali, il cosiddetto land grabbing, è una piaga endemica nel Sud Est asiatico, in Africa e in America latina. Chi tenta di opporsi a queste logiche finisce stritolato negli ingranaggi del presunto progresso. L’Osservatorio per la protezione dei difensori dei diritti dell’uomo ha dedicato il suo rapporto annuale – pubblicato martedì 2 dicembre – ai difensori dei diritti della Terra. L’espulsione delle comunità legate da millenni alla propria terra è un fenomeno globale di portata incalcolabile. Villaggi, valli e territori vengono sottratti ai loro abitanti, senza che questi vengano consultati, informati, difesi. Un fenomeno dei Paesi in via di sviluppo?

Per niente. La Valsusa e la lotta dei No Tav dimostrano quanto la lotta per la difesa del territorio e il diritto a manifestare siano messi in pericolo dal blocco formato dal potere politico ed economico. Capita così che uno scrittore, Erri De Luca, venga processato per un reato d’opinione per avere incitato la popolazione a sabotare l’opera.

Al di là delle Alpi chi difende l’ambiente ha ricevuto un altro schiaffo, uno dei tanti di una giustizia che, specialmente nelle ultime settimane, sembra mettere l’ambiente in coda alle proprie priorità.

L’inchiesta amministrativa affidata all’Ispettorato generale della Gendarmeria nazionale ha concluso, ieri mattina, che nessun “errore professionale” è stato commesso dai gendarmi durante la manifestazione di fine ottobre nella quale ha perso la vita Rémi Fraisse. Il capo dell’IGGN, il generale Pierre Renault, ha aggiunto che toccherà all’inchiesta giudiziaria “determinare l’esatta responsabilità e il grado di responsabilità imputabile al lanciatore della granata. L’inchiesta aveva come obiettivo la determinazione delle condizioni nelle quali le operazioni di tutela dell’ordine pubblico erano state concepite, condotte ed eseguite a partire da fine agosto, ma anche di valutare la conformità alla deontologia.

Secondo l’indagine, la notte del 26 ottobre, a Sivens, sono state tirate 237 granate lacrimogene, 41 “pallottole di difesa”, 38 granate F4 (miste lacrimogene e effetto soffio) e 23 granate offensive (effetto soffio). Tutto secondo il protocollo, “nessun errore professionale”. In Francia, il Paese da sempre all’avanguardia nella difesa dei diritti umani.

Via | Le Monde

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