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Napoli, rischio Vesuvio: una questione trattata sottovoce

C’è una questione, molto poco affrontata dai media e dalla politica locale, che dovrebbe essere una priorità per Napoli e una larghissima parte del suo hinterland: il Vesuvio.

Nell’ottica e nelle intenzioni di non fare allarmismo ma informazione, per parlare di rischio Vesuvio occorre partire da un assunto chiaro, su cui basare ogni ragionamento ed opinione: il problema non è cosa succederà, ma quando.

Il pericolo reale, quando la zona flegrea deciderà di risvegliarsi, non è tanto il rischio eruzione sulla città di Napoli e sui comuni vesuviani, quanto piuttosto l’impreparazione totale della popolazione a tale evento catastrofico.

Secondo Benedetto De Vivo, docente di geofisica all’Università di Napoli Federico II, prevedere un’eruzione vulcanica non è impossibile come prevedere un terremoto:

dopo ricerche con Steve Sparks, primo vulcanologo al mondo, ho verificato che le eruzioni si potranno anche prevedere al 99% ma c’è sempre un minimo di imprevedibilità. I vulcani non conoscono algoritmi o matematica. Dire che si possono prevedere le eruzioni è, dunque, una parziale verità. Le eruzioni possono anche verificarsi con un preavviso bassissimo o inesistente.

A fronte di questo è però possibile prevedere delle misure eccezionali per fronteggiare un’eventuale eruzione (vale la stessa regola che vige per i terremoti: prevenire è meglio che curare): ad oggi infatti la cosiddetta Zona Rossa, allargata lo scorso gennaio a 24 comuni e a 3 quartieri di Napoli, non ha un piano di evacuazione; lo ha spiegato recentemente, ad un convegno dal titolo “Intervista al Vesuvio. Vulcano o ‘montagna’?” (evento che potete riascoltare qui), Giuseppe Mastrolorenzo, ricercatore presso l’Osservatorio Vesuviano:

40 mila anni fa un’eruzione dei Campi Flegrei fu tra le più potenti mai registrate nel mondo e 40 mila anni sono uno spazio di tempo minimo, in geologia. Si può vivere benissimo in presenza di un vulcano solo se si è in grado di evacuare le zone a rischio e vivere in altre aree. Da vent’anni è finanziato, ma non esiste ancora, un piano d’emergenza per i Campi Flegrei.

Questo non fa altro che accrescere l’impreparazione dell’area flegrea a qualsiasi evento futuro (ci si augura remoto futuro); la nuova Zona Rossa infatti non affronta il problema ma ingloba in esso una fetta più ampia della popolazione di Napoli: secondo i ricercatori parliamo di circa 3 milioni di abitanti a rischio, se l’attività vulcanica del Grande Vecchio dovesse riprendere come fu in passato (e non ci sono motivi per non pensarlo).

Per Zona Rossa infatti si intende un’area in cui l’unica via di salvezza è rappresentata da un piano di evacuazione preventiva di tutto il territorio, cosa che adesso (per colpa del totale lassismo sul tema) non c’è: questo studio dell’Università degli Studi Roma 3, anche se datato 1994, fotografa una situazione piuttosto preoccupante.

Anche con un’eruzione minore infatti la città di Napoli sarebbe travolta dalla cenere dei Campi Flegrei ad ovest e, ad est, dal Vesuvio: un accerchiamento che, visto il mare a sud-ovest, non lascia alcuna via di fuga dalla città: persino l’Ospedale del mare rientra ora nella Zona Rossa, a seguito dell’estensione del gennaio scorso.

La Protezione Civile ha sempre risposto così a queste “illazioni”:

Il nostro scenario di riferimento è l’eruzione del 1631 ma aggravata nei fenomeni; le colate piroclastiche non possono interessare Napoli. Le ceneri non dovrebbero arrivarvi, perchè la maggior parte dei depositi geologici della città sono dell’area flegrea e le probabilità che in quota spirino venti dal vulcano verso ovest sono sotto l’1% dagli studi sui venti degli ultimi 10 anni; e sarebbe irresponsabile includere la città nel rischio colate di fango.

Parole che però non spiegano come mai il Piano di emergenza non esista ancora.

Se in tal senso, come sottolineato più volte dall’architetto ed urbanista Aldo Loris Rossi, le valigie di cartone abbiano in parte salvato i napoletani (un quinto di loro, negli ultimi decenni, ha intrapreso la via dell’emigrazione), il problema resta per tutti gli altri: un problema mai affrontato dalle istituzioni, che ancora latitano sull’ormai famoso piano di evacuazione, se non nelle mai ascoltate interrogazioni parlamentari (sempre rimaste inevase sul tema Vesuvio).

Quello della Protezione Civile del 2007 infatti non è un Piano d’emergenza ma un semplice memorandum sul rischio Vesuvio: niente di più che uno studio bibliografico sul tema.

Come se Napoli non importasse a nessuno: un altro Stato, altra gente, altra cultura che di tricolore ha tuttavia tinteggiato la spina dorsale di un Paese mai unificato sotto uno spirito nazionale, preferendo a questo un’unità corporativa su interessi ed intenti.

Interessi mai giunti a Napoli, se non nei periodi elettorali, in cui il capoluogo partenopeo rappresenta una fucina di voti fondamentali per tutto il Mezzogiorno: le promesse vuote, l’abusivismo, i condoni edilizi, la criminalità organizzata, il lassismo e l’assenza di legalità garantita all’intera area flegrea dal secondo dopoguerra ad oggi sono alla base dell’urbanizzazione selvaggia dell’area.

Se pensiamo ad esempio che dal 1944 a oggi l’urbanizzazione a San Giorgio a Cremano, uno dei comuni dell’area vesuviana più popolosi, è quadruplicata il problema diventa evidente a tutti, in particolare ai 3 milioni di napoletani che vivono a rischio di fare “la fine del topo”.

3 milioni, come altrettante sono le firme necessarie per presentare alla Corte Europea dei Diritti Umani una denuncia sul rischio Vesuvio: chissà mai se l’Europa presterà orecchio alla nostra povera Napoli.

Via | Radio Radicale
Foto | Flickr

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