Ilva, perquisizioni e sequestri ai Riva: dall'acciaio ai paradisi fiscali passando per la Taranto morente

Frode fiscale, riciclaggio, intestazione fittizia e truffa ai danni dello Stato. Queste le accuse della procura di Milano a Emilio e Adriano Riva, proprietari del colosso Ilva.

La procura di Milano ha iscritto nel registro degli indagati per truffa ai danni dello Stato e trasferimento fittizio di beni i proprietari dell'Ilva, Emilio e Adriano Riva: tra acciaio e paradisi fiscali, tra bonifiche e tanti, tantissimi soldi, le accuse della magistratura nei confronti della proprietà di Ilva sono l'ennesimo tassello in una lotta eterna tra la legalità e il profitto indiscriminato.

1,2 miliardi di euro. Una cifra inimmaginabile che Emilio e Adriano Riva avrebbero sottratto, nel periodo che va dal 1996 al 2006, all'azienda, trasferiti nelle Jersey Island (un paradiso fiscale) e parzialmente scudati dal 2009: una montagna di danaro che corrisponde a poco più (100 milioni di euro) dei soldi investiti da Ilva, almeno a bilancio, per la salvaguardia ambientale.

Soldi sottratti a Taranto, secondo i pm milanesi Mauro Clerici e Stefano Civardi, che lentamente muore mentre si è indiscriminatamente gonfiata la pancia, anzi i conti correnti esteri, degli industriali dell'acciaio per eccellenza, i fratelli Emilio ed Adriano Riva, 87 anni il primo e 76 il secondo.

Le indagini delle fiamme gialle avrebbero evidenziato un sistema consolidato di truffa che avrebbe "depredato" dalle casse aziendali 1,2 miliardi di euro: le perquisizioni ed i sequestri di numerosi conti correnti ed alcuni beni immobili ai danni dei Riva, scattati ieri grazie al provvedimento firmato dal gip di Milano, hanno avuto al centro proprio quei soldi, tantissimi, che Ilva avrebbe dovuto destinare alle bonifiche ed alla tutela ambientale.

Osservando i bilanci aziendali della gestione Riva si resta colpiti, se leggiamo con il senno di poi: 6,1 miliardi di euro investiti, di cui proprio 1,1 miliardi dedicati alla tutela dell'ambiente, alle scorie, all'abbattimento dell'inquinamento. Secondo la procura milanese i Riva avrebbero dirottato quei soldi su alcuni conti correnti all'estero attraverso la società Fire Finanziaria, ex Riva Acciaio, grazie ad operazioni di trasferimento su società di partecipazione estere ed offshore.

Per farlo i Riva avrebbero utilizzato tre distinte operazioni di cessione di partecipazione industriale, che hanno portato l'intero colosso siderurgico che fu Italsider, tramite la società Iri, a diventare il gigante dell'acciaio italiano Ilva, di proprietà Riva. Le operazioni, avvenute negli anni 1995, 1997 e 2003-2006, sono relative proprio all'aquisizione dell'intera azienda Ilva Spa.

I soldi, trasferiti nelle Jersey Island, sono poi rientrati grazie allo scudo fiscale del 2009; secondo la procura chi poteva disporre di quei conti correnti (il "settlor") era Adriano Riva in persona, cittadino canadese e per questo non avente il diritto di usufruire dello scudo; a questo, si legge nelle carte, ci pensarono due commercialisti (anch'essi indagati per riciclaggio), che avrebbero fatto risultare come unico settlor il fratello Emilio, attualmente agli arresti domiciliari per l'inchiesta tarantina sul colosso siderurgico.

Un classico caso, seppur miliardario e ben architettato, che ha portato alle indagini sui fratelli Riva, accusati ora di frode fiscale, riciclaggio, intestazione fittizia e truffa ai danni dello Stato.

Il legame, strettissimo, che ha questa inchiesta milanese con quella del gip tarantino Patrizia Todisco, sta tutto qui: nella destinazione originaria di quei soldi, le bonifiche (mai effettuate secondo la procura di Taranto), l'ambiente, la morte che aleggia sopra la città rossa.

I soldi sequestrati ai fratelli Riva, una volta accertatane la provenienza, potrebbero essere utilizzati proprio per quelle bonifiche mai avvenute: in tal senso la giurisprudenza ci ha dimostrato alcuni virtuosismi eccellenti, come nella condanna a Deutsche Bank, Ubs, Jp Morgan e Depfa Bank, colpevoli di aver truffato per 100 milioni di euro il Comune di Milano sui derivati stipulati nell'anno 2005. Il pm Alfredo Robledo chiese ed ottenne, in una sentenza che è stata definita "storica", una pena pecuniaria da un milione di euro a testa e la confisca complessiva agli istituti di credito di ben 88 milioni di euro (il profitto dei reati).

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