Smaltimento rifiuti, alle Maldive fanno così

Thilafushi Gon’Dudhoh di Roberto Carini e Giulio Pedretti svela il lato nascosto dei paradisi turistici maldiviani

Una delle prime cose che si vedono quando si approda alle Maldive, nel cuore apparentemente incontaminato dell’Oceano Indiano, sono i fumi che si alzano dall’isola artificiale di Thilafushi. Fino ad alcuni decenni fa Thilafushi era solamente una barriera corallina, ma fino a trent’anni fa il turismo verso le isole era ancora eco-sostenibile e non lasciava (molte) tracce.

Nel 1991 il governo maldiviano ha varato il progetto per la creazione di un atollo artificiale che è diventato una delle isole di rifiuti più grandi al mondo. Il sistema di smaltimento dei rifiuti della Maldive integra l’attività di micro inceneritori con quella di raccolta e trasporto dell’immondizia su Thilafushi, una voce di spesa che diventa sempre più “pesante” nell’economia maldiviana.

Uno dei problemi più grandi è quello relativo allo smaltimento delle bottiglie di plastica: nelle Maldive non esistono sorgenti di acqua dolce e, quindi, le bevande vengono importate da fuori con un conseguente problema di smaltimento per quanto riguarda le bottiglie.

Il documentario di Roberto Carini e Giulio Pedretti, presentato sabato 1° giugno a Cinemambiente fa parte di B-Side, una piattaforma tesa a creare una mappa audiovisiva  del lato nascosto e deteriorato dei paradisi naturali del pianeta.  Al film ha inoltre collaborato Paolo Galli, professore dell’Università di Milano-Bicocca  che è intervenuto alla presentazione del film spiegando come l’ateneo milanese abbia, da cinque anni a questa parte, iniziato a collaborare con le autorità maldiviane su diversi progetti, fra cui uno, illustrato tempo fa da Ecoblog, teso a portare un’isola dell’arcipelago verso la totale autonomia energetica.

Via | Cinemambiente

 

 

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