
Ecocidio, l’assassinio di un ecosistema causato da agenti umani o da calamità naturali. Se ne parla in Eradicating Ecocide. L’autrice, Polly Higgins, avvocato al servizio di un unico cliente, il Pianeta, si batte da anni per il riconoscimento internazionale di questo crimine. Un delitto perpetrato contro l’ambiente e contro la pace nel mondo.
I danni a medio e lungo termine provocati da disastri ambientali imputabili all’uomo, vedi marea nera BP, o la devastazione provocata in Niger dalla Shell, o ancora la deforestazione in Amazzonia, vanno ben oltre la distruzione di habitat animali e vegetali. In gioco ci sono risorse vitali per le popolazioni che vivono di pesca, caccia, agricoltura, turismo.
La mancanza di approvvigionamenti di cibo e la povertà sono tra le prime cause di conflitti e guerre. Distruggere l’ambiente, compromettere la biodiversità, equivale pertanto a commettere un crimine contro l’umanità, un reato che travalica i confini in cui avviene e va ad intaccare gli equilibri internazionali già estremamente precari del mondo in cui viviamo.
Non è dunque sufficiente che i responsabili rimborsino i danni a breve termine in caso di disastri ambientali. Distruggere risorse naturali vitali per le popolazioni equivale a comprometterne per decenni il futuro e la pace. E la pace ha un valore incommensurabile.
Via | Polly Higgins; Eradicating Ecocide
Foto | Flickr
Dopo il disastro della Deepwater Horizon e la marea nera che si espande dopo il fallimento della cupola, migliaia sono le specie animali a rischio. Tra le specie più colpite dal disastro ambientale ci sono gli uccelli: il petrolio invischia le piume, penetra attraverso la pelle, impedisce di respirare.
Nei casi di disastro ambientale, i volontari si rendono disponibili a cercare di pulire gli uccelli e liberarli dal petrolio, con lavaggi a mano. La procedura è lunga, molto stressante per gli uccelli e rischiosa per gli uomini in caso di contaminazione da sostanze tossiche.
Per far fronte al problema del lavaggio degli uccelli è stata inventata questa specie di lavatrice, che li pulisce dalle macchie in soli 7 minuti, rendendo più breve la tortura per i poveri animali e velocizzando le procedure di salvataggio delle specie in situazione di emergenza in caso di disastri ambientali.
In casi di emergenza, siete per l’introduzione di macchine come questa lavatrice per gli uccelli o per il lavaggio a mano fatto dai volontari, più lungo, ma più delicato?
via | Treehugger
Secondo lo scrittore e presentatore Tv inglese Alan Titchmarsh lo stile di vita moderno avrebbe reso le persone più timorose nei confronti della natura. La tecnologia ci ha resi dipendenti dal virtuale, dal tutto e subito sullo schermo, allontanandoci dal contatto vero con la natura e con i suoi ritmi.
Un altro esempio palese di questa perdita di contatto tra uomo è natura è rappresentato dai bambini, abituati a vedere cibi confezionati, e a conoscere gli animali soltanto nei cartoni in Tv o su You Tube: quanti bambini sanno da dove viene il cibo che consumiamo e come crescono frutta e verdura?
In più, le catastrofi ambientali, siano esse naturali o causate dall’azione umana, spaventano ancora di più l’uomo, incapace di prevedere, gestire e comprendere del tutto i disastri ambientali. Ciò non fa altro che allontanare ancora di più l’essere umano dalla natura e dai suoi cicli, proprio quando dovrebbe agire per tutelarla.
Il presentatore Tv propone un ritorno alla natura grazie al giardinaggio, che fa riavvicinare poco a poco l’uomo a Madre Natura, grazie ad azioni semplici come piantare i semi o coltivare l’orto, meglio se insieme ai bambini. Se è vero che gli italiani sono un popolo di contadini per hobby è vero anche che tanti di noi vivono quotidianamente l’allontanamento dalla natura per motivi di lavoro, di trasferimento in città o per disinteresse.

Treehugger ci regala una panoramica disastrosa, sulle catastrofi ambientali causate dall’uomo in tutto il mondo. Ecco la triste classifica sui disastri ambientali peggiori che il mondo abbia vissuto:
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I cambiamenti climatici costringeranno milioni di persone a lasciare le proprie case a causa dell’innalzamento del livello delle acque, richiedendo così la gestione dei futuri flussi migratori e la disponibilità di nuovi fondi per far fronte alle prime emigrazioni ambientali.
Secondo la relazione presentata a Bonn durante l’incontro per il post-Kyoto, le migrazioni causate dai disastri ambientali possono diventare un fenomeno difficile da gestire, sia in termini di emergenza, che in termini di vastità dei flussi: la stima è di 200 milioni di migranti, a causa dei cambiamenti climatici e di conseguenti disastri ambientali, entro il 2050.
Tra le regioni più vulnerabili, indicate dallo studio, ci sono le isole Tuvalu e le Maldive che stanno scomparendo, le aree secche come il Sahel in Africa e alcune aree del Messico; il Bangladesh, il Vietnam e l’Egitto su cui si trovano i delta di fiumi a rischio.
via | reuters
Foto | Flickr
Gli Stati Uniti fronteggiano da anni il problema legato agli uragani da sempre protagonisti di veri e propri disastri ambientali. Uno dei sistemi di difesa che è utilizzato con maggior frequenza è quello della cosidetta barriera anti-uragano. In sostanza si tratta di una una membrana autoadesiva, a prova di uragano appunto, da applicare ai muri della abitazioni. La tecnologia è prodotta da un’azienda italiana il cui nome è Polyglass e che conta numerose filiali all’estero.
Il Building Code, ovvero la normativa per le costruzioni per lo Stato della Florida, ne riconosce le sue ottime caratteristiche eccellenti di contrasto alle violente intemperie climatiche. Negli Stati Uniti la tecnologia ha avuto un gran successo, a cominciare dalla Florida e dagli Stati del Sud devastati più volte dai tornado.
La barriera anti-uragano, si apprende dal sito web dell’azienda, è composta da due membrane autoadesive che permettono di contrastare efficacemente gli agenti atmosferici. Viene inoltre riportato che è di facile installazione in quanto auto-adesiva anche se devono essere tenuti in considerazione alcune metodologie di montaggio.
11 settembre 2001: le Torri gemelle del World Trade Center dopo essere state infilzate da due aerei di linea crollano come una pila di Lego. Le immagini della tragedia sono nella memoria così come le oltre 3000 vittime. E ad ogni triste anniversario passano e ripassano su tutti i media sotto ogni latitudine.
Ma c’è una tragedia silenziosa in quell’enorme cratere divorato da fiamme che hanno bruciato di tutto emettendo nell’aria ogni genere di sostanza in particelle infinitesimali.
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Ci è voluto quasi un anno per poter chiudere il processo relativo al naufragio della petroliera Erika, anche se i fatti risalgono all’ormai lontanissimo 12 Dicembre 1999.
A quanto risulta oggi Erika era una povera e vecchia carretta del mare. Di quelle che non si capisce bene come possano navigare a dispetto di bollini e documentazione varie. Non lo capirono neanche gli abitanti delle coste francesi quando si videro scaricare addosso 20.000 tonnellate di greggio Total, non lo capirono gli animali che morirono in seguito (150.000?).
Questa volta abbiamo volti e nomi dei colpevoli: l’armatore Giuseppe Savarese, il gestore Antonio Pollara ed il registro navale italiano “Rina” che aveva autorizzato la petroliera a navigare. E’ un peccato invece non sapere bene i nomi dei dirigenti Total, quarta società petrolifera mondiale, chiamata in causa come azienda. Nonostante i cavilli legali, leggiamo da La Stampa che il tribunale di Parigi ha aggirato le convenzioni internazionali affibbiando a Total la “colpa di imprudenza” perchè Total avrebbe dovuto tener conto dei 25 anni di maltrattamenti in tutti i mari del mondo ben impressi sullo scafo di Erika.
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