
Decidere tra la Città Eterna e la Grande Mela sarebbe un dilemma, se non fosse che Roma batte New York per quanto riguarda la vivibilità, nonostante la scasa mobilità sostenibile e i disagi segnalati dai nostri cugini di 06blog. La capitale, battuta di pochissimo da Milano (49esima), si è aggiudicata il 51esimo posto in classifica su 140 città nella classifica mondiale stilata dall’Economist. E tutto grazie all’educazione e alle infrastutture.
Roma peggio di Milano, ma meglio di Londra, New York e Atene, ma molte capitali europee hanno fatto meglio della nostra per quanto riguarda la vivibilità, analizzata dall’Economist secondo 30 indicatori diversi, tra cui ambiente, stabilità e salute ed un punteggio variabile da 1 a 100. Roma si trova nella fascia alta (punteggio 80-100, contro una media di 76 punti circa). Tra le prime 10 al mondo ci sono infatti la vicina Vienna ed Helsinki, uniche capitali d’Europa e figurare accanto a 4 australiane e 2 canadesi, tra cui la prima classifcata, Vancouver.
Tra le città in cui si vive peggio, le asiatiche: Nuova Delhi è al 113 posto e Mumbai al 117, Kathmandu è al 133esimo posto. Il titolo di città meno vivibile al mondo, invece, è andato ad Harare, capitale dello Zimbabwe.
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Riprendiamo lo speciale dell’Economist per parlare di come le imprese americane stanno reagendo alle continue pressioni che subiscono a causa del cambiamento climatico in atto. Come dicevamo del post di presentazione di questo speciale, il tema negli Stati Uniti non è più un taboo, la forte pressione morale (derivata da eventi devastanti come Katrina, o dalle “prediche” di Al Gore attraverso il suo documentario) si unisce fortemente a una pressione economica derivata dalle opportunità che il mercato “dell’ambiente” può offrire.
Concentrandosi poi sul solo settore della generazione di energia, dominato dal carbone, si vede che anche qui sono gli operatori stessi del settore che chiedono regole precise per un’evoluzione più verde del settore. In particolare, si chiedono misure a livello federale. In modo quasi cinico, l’Economist spiega che principalmente il motivo è perchè “questo sarebbe il male minore”.
Continua a leggere: The Economist: le grandi compagnie americane diventano sempre più verdi
Oggi continuiamo a spulciare lo speciale ambiente dell’Economist e parliamo di “mercato del carbonio” o “borsa delle emissioni” per gli amici.
La borsa delle emissioni è presentata dalla rivista come il futuro della lotta ai gas serra, lo strumento da potenziare per vincere la battaglia climatica. Credo che l’Economist abbia ragione: il mercato del carbone è l’unico strumento di riduzione delle emissioni credibile e realisticamente applicabile. Questo post lo dedico quindi alla spiegazione del suo funzionamento in concreto. Capita infatti di sentir parlare di borsa delle emissioni, ma a volte è difficile capire come questa borsa funziona in pratica e quali risultati ottiene.

Diminuire le emissioni di CO2 e’ possibile, ma costa fatica e/o soldi. La Vattenfall e’ una società energetica del governo svedese che ha calcolato costi e risultati di diverse strategie.
Vi prego di notare che la Vattenfall produce energia da impianti idroelettrici, nucleari, a gas e a carbone.
Una delle strategie più efficaci e’ puntare all’isolamento termico degli edifici, una delle peggiori e’ il sequestro della CO2 per le centrali elettriche o l’utilizzo dei biocarburanti.
L’Economist di questa settimana dedica uno speciale di 15 pagine all’emergenza ambientale. La rivista britannica indaga sul modo in cui le imprese di tutto il mondo stanno affrontando il problema dei mutamenti climatici, per capire come riscaldamento globale ed imprese si influenzino a vicenda e se, ad oggi, si sono ottenuti risultati concreti sul piano della riduzione delle emissioni.
La carne al fuoco è tanta e cercheremo di rendervi conto del corposo dossier con una serie di post che usciranno nel corso della settimana. Questo primo post dà un quadro generale dell’inchiesta e dei punti principali toccati nell’inserto speciale. I post successivi commenteranno invece i singoli argomenti approfonditi nell’inchiesta, come l’impatto dei programmi di riduzione delle emissioni, gli standard per le automobili o la difficoltà di convincere i privati a risparmiare energia anche quando è nel loro interesse.
Continua a leggere: Inchiesta dell'Economist su imprese e riscaldamento globale
La critica di oggi che l’Economist muove al fair trade (ragazzi, ne ho ancora parecchie in attesa di pubblicazione, abbiate pazienza!) arriva per bocca di Mr Wille del Rainforest Alliance: “solo le cooperative di piccoli produttori possono vendere i propri prodotti nel circuito del mercato equo, cosa che impedisce alla maggior parte dei lavoratori delle grandi piantagioni di accedere alle condizioni privilegiate. Il fair trade e’ un’opportunità per pochi fortunati e fallisce nell’aiutare la maggior parte dei bisognosi.”
Rainforest Alliance ha una sua strategia per rendere giustizia ai produttori del sud del mondo: invece di garantire un prezzo equo, offre formazione, consulenza e credito agevolato affinché i produttori siano in grado di competere in qualità con le multinazionali. I compratori dovrebbero preferire il caffè con il marchio Rainforest Alliance per le sue qualità organolettiche, per soddisfare il proprio gusto, non per mettere a tacere la coscienza facendo beneficenza.
Arriviamo oggi ad esaminare le obiezioni dellEconomist al commercio equo e solidale. Qui il discorso si fa serio: l’avere una domanda di caffè equo crea un’offerta di caffè equo.
Di caffè però pare che se ne stia coltivando già tanto, addirittura troppo, e questo comporta un abbassamento del prezzo di mercato del caffè normale. La critica e’ che, senza i sussidi del commercio equo, i piccoli produttori avrebbero convertito le loro coltivazioni e produrrebbero altre cose, lasciando risalire il prezzo del caffè.
Da quel poco di economia che ho studiato mi sembra di ricordare che se un mercato si espande (il fair trade e’ aumentato del 37% nel 2005) significa che c’è spazio per farlo. Sarebbero i produttori non fair, se davvero sono in difficoltà come sostiene l’Economist, a dover cambiare o a convertirsi al fair.
Credo (correggetemi se sbaglio) che il problema stia nel fatto che riconvertire le grandi piantagioni e le grandi compagnie sia un processo con inerzia maggiore che scaricare il problema dell’adattamento sui piccoli e flessibili coltivatori sparsi. Per l’Economist forse converrebbe che le multinazionali continuassero come prima e che fossero i precari ad adattarsi. Personalmente delle precarietà e della flessibilità a tutti i costi ne ho più che abbastanza.
Continuo con le riflessioni stimolate dall’Economist sull’ecologicità dell’agricoltura biologica di cui parlavamo ieri.
Dopo il consumo di terreno agricolo, passa ad analizzare il consumo di energia; interessante la considerazione che nella produzione si spende solo un quinto dell’energia spesa nella filiera alimentare. Il resto e’ trasporto e preparazione (lucidatura, cottura, imballaggio, …) Su ecoblog abbiamo già detto più volte quanto sia importante scegliere prodotti quanto più naturali possibile, per cui la cosa non ci turba.
Nell’articolo dell’Economist si citano gli studi di Anthony Trewavas, biochimico dell’università di Edimburgo, da cui emerge che i metodi biologici richiedono più energia dei metodi chimici per unità di prodotto perché la resa per ettaro e’ minore e le erbe infestanti sono tenute a bada meccanicamente.
Il sistema più ecologico sarebbe quello di coltivare senza arare il terreno (no till farming), ma questo tipo di coltivazione non e’ stato ancora etichettato legalmente, e può essere adoperato sia in agricoltura chimica che in agricoltura biologica per cui il consumatore non dispone dell’informazione necessaria a selezionare questi prodotti al momento di fare la spesa.
L’articolo dell’economist Good food? Why ethical shopping harms the world era uscito a dicembre e ha scatenato un putiferio nel mondo del biologico e del commercio equo. Ho in mente di spezzettarlo e di affrontare una alla volta le questioni che solleva.
L’apertura dell’articolo è sul voto commerciale, ovvero su come i consumatori etici stiano cambiando il mondo facendo la spesa. La chiave del successo è nella sensazione di giustizia e di impegno personale che il consumatore prova nel momento di scegliere un prodotto etico invece di uno non etico (e con etico considerate biologico, fair trade, locale…). La spesa consapevole (premiare i bravi) ha sostituito il boicottaggio (evitare i cattivi).
Nel Regno Unito la maggior parte dei consumatori di prodotti bio dice di esserlo perché preoccupata per lo stato dell’ambiente. (In Italia la gente crede che il biologico sia migliore per la propria salute.) Qui l’economist attacca, citando il Nobel per la pace Norman Borlaug, convinto sostenitore dell’agricoltura chimica. La tesi di Borlaug è che le rese inferiori dell’agricoltura biologica richiederebbero molti terreni agricoli per sfamare l’umanità. Troppi, se vogliamo preservare anche zone di territorio da destinare ad altro (ad esempio alla conservazione della natura).