
Con 631 voti a favore e 18 contrari il Parlamento europeo ha approvato ieri la direttiva per la riduzione dei fosfati nei detersivi domestici e non solo industriali per lavatrice e lavastoviglie. In Italia da quel che leggo su Federchinima siamo già allineati alla direttiva, almeno in merito ai detersivi per lavatrice.
Diversa è la situazione per i detersivi per lavastoviglie:
Da noi il contenuto in fosforo dei detersivi è regolamentato da più di vent’anni: quelli per lavatrice hanno un livello massimo consentito di fosforo di 1%, mentre quelli per lavastoviglie hanno un limite del 6%. In pratica tutti i detersivi per lavatrice presenti sul mercato sono già allineati con quanto richiesto dalla Comunità.
La direttiva prevede infatti che dal giugno 2013 una dose standard di detersivo non deve contenere più di 0,5 grammi di fosforo. Da 1° gennaio 2017 invece i detersivi per lavastoviglie dovranno contenere al massimo 0,3 grammi per dose. Praticamente stando alle attuali dosi la metà del peso di un detersivo è composto da fosfati. Ma a che servono? Spiega Assochimica:
I fosfati sono ingredienti utili per le operazioni di lavaggio, sotto diversi punti di vista: sono addolcitori dell’acqua di lavaggio, e in questo modo evitano che parte dei tensioattivi vengano sprecati; sono alcalinizzanti e facilitano quindi la dissoluzione dello sporco; sono sospendenti e impediscono che lo sporco dissolto si ridepositi sui tessuti. Per questo, non esiste un solo ingrediente che li possa sostituire, ma tutta la formulazione deve essere rivista se non possono essere utilizzati.
I fosfati comunque sono anche altamente inquinanti essendo nutrienti che favoriscono la fioritura abnorme delle alghe e l’impoverimento dell’ossigeno nelle acque.

Thomas Pogge, professore di filosofia e affari internazionali a Yale, ha proposto la creazione, contro i finanziamenti a rischio, di un fondo di impatto ecologico, destinato a coprire le spese e i costi di ricerca e sviluppo delle ecoinnovazioni. L’idea sarebbe quella di finanziare le nuove ecotecnologie, premiando le idee più funzionali, creando così un modello per un’innovazione efficiente, che differisca dalla pratica odierna che è quella dei monopoli provvisori di concessione.
I monopoli si trasformano in diritti di esclusiva produzione per l’innovatore, con la conseguente disponibilità limitata di una tecnologia socialmente importante, che non sarà alla fine sufficientemente utilizzata. Ne sappiamo qualcosa anche in Italia: i brevetti, spesso depositati dalle grandi imprese, sono molto costosi così come il loro mantenimento e inibiscono la diffusione di nuove tecnologie.
Le piccole imprese preferiscono invece vendere subito le loro invenzioni e il fondo proposto da Pogge, autore anche del libro Povertà mondiale e diritti umani, ha un valore sociale elevato.
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Sono state presentate ieri le proposte per la nuova PAC 2014-2020 dal commissario europeo il rumeno Dacian Ciolos (nella foto), ossia la ristrutturazione della Politica agricola europea con un bilancio previsto di 435,5 miliardi di euro per 6 anni. L’Italia checché si vanti di essere un paese industrializzato è sostanzialmente un paese a vocazione agricola. Purtroppo dimentichiamo troppo spesso questa nostra peculiarità. La stessa perdita di memoria ha riguardato gli europei che hanno provveduto, con una serie di tagli a metterci all’angolo. Il Made in Italy anche nell’agroalimentare è un marchio che troppo pesta i piedi all’intera filiera agricola europea. Ma siamo ancora nella fase di proposizione e dunque ora dipenderà dal nostro Governo affilare le armi politiche per riequilibrare le riforme. Si badi che l’Unione europea muove attraverso la PAC 59 miliardi di euro all’anno, ossia il 40% del bilancio europeo.
Il punto è che la torta ora dovrà essere divisa tra più paesi come Romania, Slovenia e Ungheria. L’Europa, dunque, ha preferito attraverso la ridistribuzione dei fondi rafforzare le grandi multinazionali tedesche e francesi della produzione agricola.
Commenta così Giuseppe Politi presidente Cia- Confederazione italiana agricoltori:
E’ una proposta di budget che va assolutamente ridiscussa e rivista. L’agricoltura del nostro Paese pagherebbe un dazio insostenibile, con un taglio complessivo degli interventi di circa il 25 per cento. Infatti, il criterio di redistribuzione delle risorse ipotizzato è unicamente quello della superficie, che non riconosce il valore e la ricchezza dell’agricoltura italiana. Una vera assurdità che porrebbe seri problemi per gli agricoltori, costretti a operare in un quadro sempre più angusto e senza i sostegni necessari per stare su un mercato che si presenta difficile e carico di molte insidie.
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Nessuno pensava che in questa coda d’estate 2011 arrivassero gli espropri, anzi “comunicazioni di procedimento propedeutico all’espropriazione”, come scrive Eurolink nel suo avviso per avviare le procedure di costruzione del Ponte sullo Stretto. Si attendevano i fondi Cipe che secondo quanto dichiarato dalla Società Ponte di Messina sarebbero arrivati solo a fine settembre. Anzi in quest’ottica di chiaroveggenza anche la Regione Calabria si porta avanti con il lavoro che ci sarà da fare per il Ponte sullo stretto e finanzia con 500mila euro corsi di formazione per le maestranze attraverso Calabria lavoro. Ma come mai se i fondi Cipe non ci sono ancora a 586 cittadini di Villa San Giovanni viene comunicato che dovranno lasciare allo Stato le loro proprietà a favore di opere di Pubblica utilità?
Riporta Il Cambiamento:
l’amministratore delegato dello Stretto di Messina, Pietro Ciucci, ha dichiarato che al fine di mettere a disposizione degli espropriandi su entrambe le coste un percorso chiaro, trasparente, agevolato e vigilato, “con anticipo, rispetto all’approvazione da parte del Cipe del progetto definitivo e la conseguente dichiarazione di pubblica utilità (necessaria per dare l’avvio agli espropri) abbiamo individuato un percorso che privilegia la mediazione ed il confronto fra le parti per raggiungere accordi consensuali con ciascuno espropriato. Il tutto dovrà essere finalizzato ad una tempestiva individuazione del giusto indennizzo in tempi congrui per trovare altre soluzioni abitative o produttive”.
Dunque ragioni economiche alla base dell’anticipato invio. Ma i passaggi istituzionali prevedono che la Società Stretto di Messina invii il progetto definitivo sia al ministero delle Infrastrutture sia a tutti gli Enti coinvolti. Dopo il parere di tutti il Ministero potrà convocare la Conferenza di servizi da chiudersi entro 60 giorni. In seguito il Ministero invierà il progetto definitivo al Cipe e dopo la sua approvazione e la Dichiarazione di Pubblica utilità si darà il via agli espropri.
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Il croccolone (Gallinago media) sembrerebbe un normalissimo uccello dal corpo piccolo con un’elegante lungo becco. Questo uccello migratore detiene il record per il volo più lungo, più veloce e senza fermate. In un recente studio gli scienziati svedesi hanno scoperto che questo uccello può volare 6,760 km alla velocità di circa 96 km all’ora senza fermarsi mai per bere o mangiare.
Il croccolone è di piccole dimensioni (26-30 cm) di colore marrone. Normalmente si ciba di vermi della terra e di semi di piante paludose. L’ambiente dove vive sono gli stagni e le marcite in Scandinavia e nord della Russia. Questa specie migratoria trascorre l’estate nell’Europa dell’est e l’inverno in Africa.
Via | Greendiary
E’ passata quasi sotto silenzio, in Italia, l’entrata in vigore della direttiva europea 24/2004/EC che, dalla giornata di ieri, ha messo al bando le erbe medicinali che non vantino un’esperienza 30ennale sul mercato (di cui almeno 15 in quello comunitario) e che non siano correttamente registrate o, almeno, prese in considerazione dall’Agenzia europea del farmaco (EMA).
La direttiva, come si lamenta da più parti, pecca di un’eccessiva sproprozione a tutto vantaggio delle case farmaceutiche e dei composti chimici da esse prodotte contro i rimedi verdi e naturali di antichissima tradizione. Inoltre l’atto normativo si tradurrà necessariamente in una restrizione alla libertà individuale di curarsi secondo le proprie inclinazioni
Più in dettaglio, la Medicinal Herbs directive impone che i prodotti vegetali classificati come “medicinali vegetali tradizionali” (Herbal Medicinal Drug) debbano adeguarsi a uno specifico, complesso e costoso iter registrativo per “guadagnarsi” il mercato a seguito di prove chimico-fisiche, biologiche e microbiologiche che, spesso, solo le case farmaceutiche possono permettersi. I piccoli produttori in questo modo si trovaranno a fare i conti, nel territorio dell’UE, con una crisi definitiva. Le piante messe maggiormente a dura prova dalla direttiva saranno certamente quelle appartenti alla tradizione millenaria ayurvedica, cinese e tibetana.
Via | euractive, defense medicine naturelle
Foto| Flickr

L’emergenza rifiuti in Campania è una vicenda che somiglia sempre di più a una saga. Mentre il Presidente Giorgio Napolitano rende noto di non aver ancora ricevuto il decreto sui rifiuti, a Napoli sono in visita i delegati all’ambiente della Ue.
Pia Bucella guida la delegazione che ha potuto accertare che rispetto all’emergenza di due anni fa non è cambiato nulla. Ha detto Bucella:
In Campania stiamo dinanzi ad un caso di non gestione del ciclo dei rifiuti. Siamo del tutto favorevoli a liberare i fondi non appena vi sarà un piano di gestione adottato e implementato, non basterà solo un piano adottato ma vogliamo avere la certezza che il piano di gestione venga attuato sul territorio.
Il rischio ora è che assieme al blocco dei fondi giunga un nuovo deferimento dall’Europa (dopo la multa del 2008) per la mancata applicazione del piano di gestione dei rifiuti.
Via | Il Mattino
Foto | Flickr
Niente moratoria europea per le estrazioni in mare di petrolio e gas: lo ha annunciato ieri il Commissario europeo all’Energia Günther Oettinger nel corso di una conferenza stampa.
L’effetto marea nera sulla prudenza europea, quindi, inizia già a sgonfiarsi e l’Unione si limiterà a proporre leggi più rigide in tema di petrolio off shore. E neanche subito, come spiega lo stesso Oettinger:
Speriamo di essere pronti a presentare le nostre proposte entro la primavera dell’anno prossimo
Le parole del Commissario europeo sono una doccia fredda per gli ambientalisti che, in seguito alla recente presa di posizione della Commissione Ambiente del Parlamento Europeo, speravano nella moratoria.
La Commissione parlamentare, infatti, aveva chiesto lo stop alle trivellazioni in attesa che si definissero norme più efficaci per la tutela dell’ambiente e della sicurezza delle piattaforme e degli altri impianti di estrazione di petrolio e gas naturale.
Ultima speranza in questo senso, a dire il vero assai flebile, deriva dal fatto che l’Ue lascerà liberi gli stati membri di mettere in atto, ognuno per sé e solo se lo vuole, uno stop alle trivellazioni in mare. Altrettanto utopistica sembra la possibilità che la Commissione Europea possa chiedere alle multinazionali dell’energia con sede legale in Europa di applicare i nuovi standard ambientali per le perforazioni in altre parti del mondo.
Via | Affari Italiani
Foto | Ue
La Commissione Ambiente del Parlamento Europeo, con una votazione svoltasi ieri, ha approvato una risoluzione contro le perforazioni di petrolio off shore. La risoluzione, approvata con 46 voti favorevoli, 8 contrari e 3 astenuti, passerà all’assemblea la settimana prossima e, se venisse approvata anche dalla plenaria (come di solito accade, visto il voto della commissione) dovrà essere discussa dal Consiglio a metà ottobre.
Il documento votato ieri, in poche parole, chiede una moratoria in tutti i 27 stati membri alle trivellazioni off shore di petrolio e gas naturale in base al principio della “safety first”: in attesa che si facciano leggi in grado di garantire effettivamente la sicurezza di queste attività estrattive sarebbe meglio congelarle.
Si tratterebbe, quindi, di prendere atto della pesantissima lezione della Deepwater Horizon e fare in modo che gli standard di sicurezza migliori vengano effettivamente rispettati ovunque si cerca petrolio sul fondo del mare.
La risoluzione, inoltre, chiede una cosa molto appropriata e intelligente: se ci fosse un disastro petrolifero nei mari europei, quale sarebbe la reale capacità di risposta? E poi: quale assicurazione ci sarebbe sul fatto che chi inquina paga ed è legalmente responsabile del disastro?
Domande, a dire il vero, tutt’altro che inutili.
Via | Parlamento Europeo
Foto | Flickr

I pesci del mar Mediterraneo sono a rischio estinzione? Alcuni sì a sentire gli esperti a cui si è affidata la europa per fare una sorta di monitoraggio della salute del mare nostrum. Secondo Henri Farrugio, che è a capo del comitato scientifico che ha studiato la situazione del Mediterraneo, a correre maggiori rischi sarebbero sogliole, naselli, merluzzi e rane pescatrici. Un po’ meglio va per alici e sardine.
La causa della forte sofferenza degli stock di pesce nel Mediterraneo è, e non da oggi, l’eccessiva pesca che supera il ritmo naturale della riproduzione di questi animali:
Il 91% degli stock esaminati risulta sovrasfruttato o pienamente sfruttato. Anche se è vero che esistono stock diversi nelle differenti aree del Mediterraneo, le specie che siamo riusciti a valutare rappresentano il 10% delle risorse ittiche catturate e quindi sono rappresentative a livello commerciale. Tutti gli indici convergono sulla diagnosi e gli esperti stanno lavorando per avere riferimenti più precisi. Ma tutte le simulazioni mostrano che molte specie hanno una mortalità troppo elevata
Così dichiara Farrugio, confermando ciò che già si sa per altre specie di pesci che hanno già avuto l’onore di finire sulla stampa ecologista, come il tonno rosso, pescato in gran quantità nel Mediterraneo per essere poi venduto a peso d’oro in estremo oriente.
Merluzzi, sogliole & Co, però, fino ad oggi non hanno ricevuto la stessa attenzione dello sfortunato collega di navigazione ma, a quanto affermano oggi gli scienziati, forse si dovrebbe iniziare a pensare anche a loro.
Via | Mediterraneo.it
Foto | Flickr