
Si è tenuta un paio di giorni fa a Kota Kinabalu in Malesia l’ottava assemblea del RSPO, ossia del Roundtable on Sustainable Palm Oil, associazione internazionale che promuove e certifica olio di palma proveniente da coltivazioni sostenibili. L‘olio di palma è un prodotto molto usato sia nelle produzioni alimentari (merendine, biscotti, creme spalmabili, ecc. ecc) sia nella cosmetica. Chiaro che noi consumatori facciamo la differenza se iniziamo a scegliere cosa acquistare; se iniziamo a valutare il comportamento delle aziende in merito ai loro criteri di approvvigionamento di questo prodotto. Il WWF ha esaminato 130 aziende, incluse quelle italiane e noi non ci facciamo una bella figura.
La produzione di olio di palma è devastante sugli ecosistemi e la biodiversità perché molte delle foreste pluviali e dunque antichissime e necessarie alla produzione di ossigeno e alla cattura della CO2, sono abbattute per far posto alla coltivazione della palma da olio (nella foto in alto la torta dei paesi produttori). Un criterio per ottenere olio di palma è produrlo secondo agricoltura sostenibile che di fatto rispetta la vegetazione circostante e il lavoro dei contadini.
L’associazione si preoccupa di diffondere buone pratiche per la coltivazione sostenibile delle palme da olio e che certifica con l’etichetta CSPO (Certified Sustainable Palm Oil) i prodotti ottenuti da olio di palma sostenibile. Il WWF che ha preso parte ai lavori ha esaminato 130 aziende, grandi e piccole, che dall’Australia, al Giappone, all’Europa usa l’olio di palma nei loro prodotti.
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Chiunque creda che le pressioni, la comunicazione e le azioni di boicottaggio non servano a nulla, forse questa volta potrà ricredersi: a seguito di alcune martellanti campagne di informazione - tra cui quella di Greenpeace culminata nel marzo 2010 con uno spot particolarmente cruento - la società Golden Agri Resources (GAR), filiale del gigante Sinar Mas, uno dei principlae fornitori dell’olio di palma del pianeta, ha annunciato di aver disposto un nuovo piano che dovrebbe mettere al riparo le foreste indonesiano dalla deforestazione. Inoltre, la multinazionale è disposta a scendere a patti con le associazioni ambientaliste, The Forest Trust (Tft) in primis, e con il governo indonesiano.
La produzione estensiva dell’olio di palma con la conversione di migliaia di ettari di foresta vergine in monocolture è, unitamente alla produzione della carta, sul banco degli imputati per il depauperamento delle risorse forestali in buona parte del mondo, dall’Asia al Sud America. Giorno dopo giorno, decine di migliaia di alberi e animali disparati - tra cui l’orango - rischiano di dissolversi in colate di olio di scarsa qualità. Un prezzo altissimo da pagare, di cui le industrie dolciarie e della cosmesi hanno cominciato a farsi carico solo di recente, complice la martellante pubblicità negativa effettuata a loro spese da moltissime associazioni ambientaliste.
Nessuno scontro tra Ue e Ferrero sulla Nutella. Parola di Renate Sommer, relatrice del Parlamento europeo per la normativa in materia di etichettatura dei prodotti alimentari. La vicenda ha avuto inizio a metà giugno, quando l’Europarlamento ha votato le nuove regole per le etichette dei prodotti alimentari imponendo alle aziende di indicare chiaramente la quantità di grassi, grassi saturi, zuccheri, sale e calorie.
Ferrero, però, si era dichiarata assai poco soddisfatta della nuova normativa in quanto le avrebbe imposto di comunicare in etichetta buona parte della ricetta della Nutella, che come è noto è segretissima tanto quanto quella della Coca Cola. Ora, però, la Sommer precisa:
I deputati non stanno cercando di vietare la vendita di uova alla dozzina e neppure la vendita o la commercializzazione della Nutella. In base alle proposte attuali, il contenuto di sale, grassi e zucchero diventerebbe un’informazione obbligatoria sulle etichette degli alimenti. Un’altra legislazione vigente stabilisce l’uso del ”profilo nutrizionale”, attraverso un sistema di controllo sul diritto di un prodotto di contenere messaggi sanitari e nutrizionali, come ad esempio la dicitura “ricco di calcio” oppure “buono per il tuo cuore”. Non vi sono proposte volte a includere sulle etichette degli alimenti avvertenze sanitarie e neanche per vietare la commercializzazione o la vendita di qualsiasi prodotto
Sui tempi, e sui modi, dell’entrata in vigore delle nuove norme, poi, l’eurodeputata afferma:
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Il video shock diffuso da Greenpeace due mesi fa per porre all’attenzione del mondo il pericolo di estinzione per gli oranghi a causa delle coltivazioni di olio di palma per scopi alimentari ha sortito il primo effetto.
Nestlé, infatti, dopo essere stata inondata di mail, lettere e fax e dopo aver visto che il video shock si è diffuso in maniera virale su blog, giornali on line, Facebook e Twitter, ha deciso di non acquistare più olio di palma prodotto da aziende che praticano la deforestazione selvaggia nel sud est asiatico.
Tale pratica è utilizzata per far spazio alle piantagioni di palma che producono l’olio necessario a Nestlé e alle altre multinazionali alimentari per produrre il cioccolato che utilizzano per i propri snack.
Questo successo, ammette Greenpeace, è il risultato della combinazione delle azioni degli attivisti come quella avvenuta in occasione del meeting annuale di Nestlé (gli attivisti, travestiti da scimmioni, si fecero trovare all’uscita del palazzo dove si teneva l’incontro e avvicinarono gli azionisti per sensibilizzarli su ciò che stava succedendo in Indonesia) e delle azioni informatiche messe in atto da centinaia di migliaia di simpatizzanti.
Via | Greenpeace
Foto | Greenpeace
Il gruppo francese Casino, proprietario di una catena di supermercati, ha deciso di mettere al bando i prodotti a base di olio di palma non certificato per tutelare l’ambiente e la salute dei suoi clienti. Per cominciare, entro la fine di quest’anno spariranno dagli scaffali dei supermercati circa 200 prodotti, ed entro un periodo di circa 7 anni quasi 571 prodotti verranno sostituti.
L’olio di palma è usato nella maggior parte dei prodotti per la cura della persona e l’igiene e anche in molti prodotti alimentari, ma gli alti livelli di grassi saturi ne fanno un prodotto sconsigliato per la salute.
La scelta di Casino per i prodotti alimentari si orienta verso una messa al bando dei prodotti a base di olio di palma, mentre per quanto riguarda i prodotti per la cura e la bellezza del corpo la catena si muove verso la sostituzione dei prodotti a base di olio di palma non certificato con prodotti a base di olio di palma certificato come sostenibile o la cui produzione ha rispettato i criteri di sostenibilità.
La catena francese è tra i pionieri in Europa a mettere al bando l’olio di palma non certificato, mentre il gigante inglese Marks and Spencer, fa sapere che cominceranno ad usare olio di palma certificato solo dopo il 2015. Così la pensa anche la Nestlè, incurante delle critiche di Greenpeace a proposito dell’uso dell’olio di palma e della deforestazione.
via | foodnavigator
Foto | Flickr

Secondo il rapporto Global Trade and Environmental Impact Study of the EU Biofuels Mandate se prodotti entro la quota del 5,6% i biocarburanti sono sostenibili.
Appena 15 giorni fa quattro gruppi ambientalisti hanno citato in giudizio la Commissione Europea per non aver divulgato documenti in cui si attesterebbe la non sostenibilità dei biocarburanti. Oggi, invece lo scenario cambia e viene fissato un limite ben diverso da quel 10% precedentemente richiesto dalla Commissione europea, entro il 2020.
Secondo molti esperti, l’obiettivo del 10% di produzione di biocarburanti entro il 2020 potrà invece essere rispettato, anzi risulta poi di fatto essere una sottostima, se alla quota fissata dal rapporto, come produzione sostenibile al 5,6%, si aggiunge la restante parte di biocarburanti prodotti da rifiuti e non da colture.
Questo video è per stomaci abbastanza forti. Se mangiare un Kit Kat della Nestlé è roba da tutti (chi non lo ha mai assaggiato?), per vedere questo filmato di Greenpeace ci vuole un bel po’ di pelo nello stomaco. L’associazione ambientalista oggi ha manifestato in varie città europee contro la multinazionale alimentare per chiedere che si fermi l’uso di olio di palma nella produzione del cioccolato. Si può firmare qui la petizione.
Il problema, secondo Greenpeace, starebbe nella deforestazione (specialmente in paesi del sud est asiatico come l’Idonesia) effettuata dalle aziende produttrici di olio di palma che, poi, riforniscono anche Nestlé. Analoghe critiche, già da tempo, Greenpeace le esprime anche nei confronti di altre aziende del settore, come l’italiana Ferrero che produce la notissima (anche questa, chi non l’ha mai assaggiata?) Nutella.
Oltre a togliere l’habitat naturale agli oranghi e ad altri primati, la deforestazione contribuisce anche all’aumento delle emissioni di CO2. O, meglio, ne riduce l’assorbimento. Alla luce di queste considerazioni, è facile rileggere sotto un’altra luce la critica mossa da Nestlè due anni fa contro l’industria dei biocombustibili: se le quantità di olio di palma utilizzate dall’azienda svizzera sono così ingenti come afferma Greenpeace, allora è assai più probabile che Nestlé tema i biocarburanti più per le ripercussioni sul prezzo dell’olio che per la possibile competizione col settore alimentare.
Via | Greenpeace
I negoziati del summit di Copenaghen che iniziano proprio oggi possono essere riassunti in 10 punti. Eccoli:
192. Numero dei paesi che sono presenti a Copenaghen. L’ultima conferenza sul riscaldamento globale si è tenuta a Bali nel 2007 e attirò oltre 11mila partecipanti.
Un inquietante dossier è stato pubblicato da Survival Internationl l’organizzazione internazionale che da anni si muove in prima linea per dare voce ai popoli indigeni di tutto il mondo, non a caso denominato la verità più scomoda di tutte, parafrasando il titolo del celebre film di Al Gore.
La lotta contro il riscaldamento globale devasta i popoli indigeni
urlano indignate le pagine del dossier. In particolare sono quattro le misure i cui devastanti effetti sono analizzati: l’uso dei biocarburanti, l’energia idroelettrica, le politiche di conservazione delle foreste e non da ultimo, le compensazioni delle emissioni di carbonio.
La polemica sui biocarburanti in sostituzione degli idrocarburi è aperta ormai da anni, spaccando in due il mondo degli ambientalisti. Ma cosa dire ai Guaranì la tribù più numerosa del Brasile, eppure una delle più fragili se è vero che in soli 6 anni oltre 80 bambini sono morti di fame, a causa della conversione delle loro terre per la produzione di olio di palma? Per quanto riguarda l’energia idroelettrica, poi, oltre 10 mila indigeni del Borneo, i Penan, sono stati sfrattati per permettere la costruzione della diga di Bakun, in Malesia, mentre continuano i lavori e le ricerche per la costruzione di altre, enormi, infrastrutture. Ma c’è dell’altro, e riguarda le politiche messe in campo per proteggere le foreste e che ricadono, incredibilmente, proprio su quei popoli che hanno fatto del rispetto della foresta la propria vita, la propria maestra, la propria dea. E’ il caso dei Masai, sfrattati dalle multinazionali del turismo che hanno reso la parte settentrionale della Tanzania in una riserva dove loro sono, senza eufemismi, decisamente di troppo! Stessa vergognosa sorte, poi, è toccata agli Ogiek, cacciati dalla foresta di Mau, in Kenia, terra legata – in modo meravigliosamente sostenibile! – alla sopravvivenza e alle magiche ritualità di questa tribù.
Continua a leggere: La lotta ai cambiamenti climatici uccide i popoli indigeni
A sinistra l’immagine della copertina dello studio Up for grabs (alla fine della press relase la possibilità di scaricarlo) redatto da EIA Environmental Investigation Agency e Telapak sullo sfruttamento delle foreste in favore della produzione da palme il cui olio è destinato a diventare biodiesel. La segnalazione mi arriva via mail da salvaleforeste che scrive:
Le comunità vengono ingannate con promesse di sviluppo o più semplicemente rimosse con la forza dalle proprie terre ancestrali, mentre une delle più grandi e intatte foreste pluviali viene cancellata dalla faccia della terra. Il rapporto Papua, the last frontier denuncia casi limite, come bambini di quattro anni forzati a firmare la cessione delle terre per conto dei propri genitori. Quando i terreni vengono pagati, i prezzi sono irrisori, e oscillano tra i 54 dollari l’ettaro e un dollaro e mezzo per ettaro. La foresta viene poi rimossa senza aspettare i permessi previsti dalla legge, e il governo chiude un occhio, anzi due.
Le indagini di EIA/Telapak sono state condotte in 9 regioni e scrive EIA:
Il boom delle piantagioni in Papua è stata guidata da una serie di politiche di governo volte a promuovere lo sviluppo dei biocarburanti, principalmente olio di palma, ma la gestione del settore è caotico e non trasparente. Il governo intende ampliare l’area sotto la coltivazione della palma da olio da sei milioni di ettari a 20 milioni di ettari. Gran parte di questa enorme crescita è prevista in Papua, perché le foreste di Sumatra e Kalimantan sono già ampiamente saturo con piantagioni. L’Indonesia è diventata il più grande produttore mondiale di olio di palma nel 2007.