
Il claim recita: “rose equosolidali, un regalo per tutte le mamme del mondo” e Fairtrade si riferisce ala vendita di rose provenienti dal Kenya. E’ possibile acquistarle in occasione della Festa della mamma domenica 8 maggio. L’idea è di creare una catena di solidarietà tra acquirenti e produttori che passi attraverso le donne. I fiori dal commercio equolisidale e certificati Fairtrade saranno in vendita nei supermercati Coop, Nordiconad e Pam.
Cosa vuol dire che le rose hanno ricevuto la certificazione Faitrade? I fiori sono un grande business mondiale e il Kenya è uno dei maggiori produttori di rose. Solo che a fronte di questa enorme produzione i lavoratori subiscono condizioni pessime e nessuna tutela neanche per la salute. Per coltivare le rose si arriva a 80 passaggi chimici mentre i lavoratori usano i pesticidi senza protezioni e per 20 ore al giorno. Insomma siamo ben lontani dallo sviluppo sostenibile e da un trattamento equo solidale per i lavoratori.
Spiega il comunicato Fairtrade:
Le piantagioni in cui lavorano le organizzazioni che operano nel circuito Fairtrade (Oserian e Ravine) invece sono state scelte sia per le tecniche colturali utilizzate che per il rispetto degli standard SA 8000. I fiori vengono coltivati infatti impiegando la coltura idroponica, in substrati a circolo chiuso che consentono la razionalizzazione dell’acqua e dei fertilizzanti impiegati. I lavoratori sono pagati il doppio rispetto al minimo legale e hanno la garanzia di contratti di lavoro a tempo indeterminato, un contributo per la casa e la possibilità di organizzarsi in sindacati. Sono inoltre a disposizione un ambulatorio e scuole gratuite per i bambini.
Via| Comunicato stampa
Foto | Comunicato stampa
E’ l’Istituto zooprofilattico sperimentale Bruno Ubertini, a rilasciare le prime indicazioni sulle cause che potrebbero aver causato la morte di 400 tortore a Faenza. Ma le morie sono state segnalate anche a Modena, Caserta e Civitanova Marche.
Nel comunicato stampa si legge:
Dai primi risultati emersi dalla analisi è possibile escludere il coinvolgimento di forme batteriche in particolare di Salmonellosi (frequente in tale specie) e di altre forme setticemiche acute. Gli esami virologici eseguiti su circa 70 campioni hanno previsto sia l’isolamento con metodi tradizionali, mediante l’inoculo di uova embrionate di pollo SPF come previsto dalle Normative in vigore, che analisi di tipo biomolecolare (PCR) direttamente sulle matrici prelevate. Le PCR al momento già eseguite su singoli animali (40 campioni) hanno permesso di verificare la positività in ogni animale campionato di Paramyxovirus aviare di tipo 1 confermata poi con l’isolamento nelle uova inoculate. I ceppi isolati di Paramyxovirus aviare di tipo 1 sono già stati inviati al Centro di Referenza Nazionale di Padova per la tipizzazione e la verifica dell’indice di patogenicità. Tramite esami virologici tradizionali e PCR Realtime inoltre, è stata esclusa la presenza di virus dell’influenza aviaria.
Insomma il solo virus conosciuto anche come morbo di Newcastle sembra non essere una causa sufficiente a giustificare la morte degli uccelli. All’Istituto ora indagano sulla presenza di pesticidi:
Gli esami tossicologici e chimici volti ad escludere la presenza di pesticidi, neonicotinoidi e micotossine, sono attualmente in corso e nei prossimi giorni si avranno i risultati che permetteranno di avere un quadro più completo della situazione. Le ipotesi diagnostiche che riguardano la compartecipazione di più concause sono ancora in fase di approfondimento, così come la potenziale associazione di elementi, anche di natura alimentare, che potrebbero essere responsabili di particolari problemi tossico/metabolici e/o di immunodepressione predisponenti la comparsa di questo quadro particolarmente acuto in tale specie aviare.
Foto | Cronache maceratesi
Qualche post più sotto la storia della uova alla diossina, ma anche della carne di maiale e tacchino, proveniente dalla Germania. Il Ministro Galan rassicura i consumatori italiani. A noi basta la diossina che già abbiamo.
Ora però i consumatori tedeschi, che notoriamente non sono come qui tranquilloni degli italiani, si chiedono come mai nelle loro uova ci sia finita la diossina. Ebbene secondo l’associazione tedesca Foodwatch i mangimi sarebbero stati contaminati da prodotti fitosanitari, pesticidi insomma. Individuano nel pentaclorofenolo, utilizzato come fungicida il responsabile della presenza di diossina nei mangimi della società Harles & Jentzsch.
Per Ilse Aigner (Csu) ministro federale del consumo non è stata ancora del tutto chiarita la filiera di contaminazione e per questo attende le analisi commissionate dal ministero. E precisa che non non vuole partecipare a speculazioni di “esperti autoproclamati,” . Intanto oggi è in atto un incontro a Berlino tra vari esperti, politici e associazioni di consumatori.

Secondo un gruppo di studosi all’origine della moria delle api vi potrebbero essere due cause: un iridovirus e un fungo. Ne dà notizia il New York Times che spiega che la loro combinazione si sarebbe rivelata un arma letale contro le api. Le conclusioni sono state presentate nello studio Iridovirus and Microsporidian Linked to Honey Bee Colony Decline condotto da un team di entomologi e militari.
Secondo gli scienziati la combinazione di questi due fattori produrrebbe la moria delle api. Per ora ci sono forti indizi che portano a ritenere che siano proprio un virus e un fungo le cause della decimazione degli alveari. Gli scienziati del progetto sottolineano che le loro conclusioni non sono l’ultima parola. Il modello, dicono, sembra chiaro, ma sono necessarie ulteriori ricerche per determinare, quanto e quali i fattori ambientali come caldo, freddo o siccità possano giocare un ruolo.
Una soluzione per arginare la moria, sempre se le ipotesi sin qui fatte sono reali, consisterebbe in farmaci antimicotici. Assolti i pesticidi neonicotinoidi? Probabilmente no, ma per ora i militari e gli entomologi americani li hanno ignorati.
Foto | Flickr
Si è da poco conclusa l’ultima indagine sullo stato di salute delle api negli Stati Uniti confermando un quadro a tinte fosche che, forse, molti credevano di avere in qualche misura già superato. Circa un terzo delle api statunitensi sarebbe scomparso nell’arco del solo inverno 2009-2010. E’ il dato peggiore di sempre da quando, nel 2006, la questione è stata sollevata.
Lo studio, condotto di recente da parte del Dipartimento Usa per l’agricoltura, risulta essere particolarmente pregnante per l’avvallo degli apicoltori che hanno partecipato all’iniziativa - tra i mesi di ottobre e marzo - in maniera massiccia, probabilmente anche a causa dell’andamento spaventosamente decrescente del settore.
Attualmente il numero stimato di colonie statunitensi si aggirerebbe intorno ai 2,4 milioni ma, secondo il settimanale britannico The observer, sarebbero più di tre milioni le colonie di api morte oltre oceano dal 2006 ad oggi. Il 33,8% di esse nel solo inverno appena trascorso. Nonostante le cause del fenomeno siano da ricercarsi prevalentemente nelle monoculture - che renderebbero questi insetti meno resistenti alle patologie - e nell’uso dei pesticidi nell’agricoltura (già abbondantemente sul banco degli imputati anche a proposito della contrazione di altre specie, tra cui gli anfibi) gli scienziati non sono ancora riusciti ad individuare il motivo esatto della moria delle api tra la’ltro, molto spesso, accompagnata dalla sparizione delle stesse negli alveari con l’ormai noto fenomeno della sindrome della nave fantasma per dell’assenza di api morte all’interno degli stessi.
Impossibile non conoscere la tragedia di Bhopal, in India: decine di tonnellate di isocianato di metile e oltre 12.000 Kg di reagenti chimici fuoriuscirono dallo stabilimento della Union Carbide provocando fumi tossici e devastando quanto trovarono sul proprio percorso. L‘eco mortale di questo disastro ambientale ancora si aggira nei luoghi che ne costituirono il triste proscenio. A quasi 25 anni di distanza da quell’orribile 2 dicembre 1984, in cui persero la vita circa 25.000 persone oltre a un numero imprecisato di bovini e altri animali – necessari alla sopravvivenza di queste genti - nessuna azione di bonifica è stata intrapresa dal governo indiano e quanti ci si aspetterebbe paghino per quell’infausto incidente sono ancora in attesa di un giudizio, all’ombra dei sopravissuti.
Satinath Sarangi, fondatore emerito del Gruppo d’informazione e azione su Bhopal fa sapere che:
ancora oggi oltre 100.000 persone, esposte alle esalazioni tossiche e alla contaminazione del terreno e dell’acqua di Bhopal, continuano a soffrire mentre sale il numero delle morti premature. In tutto questo, le responsabili Union Carbide e Dow Chemical continuano a evadere la giustizia e a evitare di assumersi ogni responsabilità legale per i danni causati a Bhopal.
Per ricordare tutto questo e, insieme, per cercare di raccogliere i fondi necessari alla vita delle persone che ancora vivono in queste zone, in Italia è arrivato in questi giorni il Bhopal bus con una rappresentanza dei sopravvissuti a questo immane disastro. A ospitare la delegazione sono Greenpeace e Amnesty International. Domani, dopo aver toccato Milano, il Bhopal bus sarà a Roma. Per il calendario degli eventi in programma cliccare qui.
Foto| Flickr

Leggo su Avvenire della tendenza, per recuperare le popolazioni di api, minacciate da una moria ancora al vaglio degli studiosi, di collocare gli alveari in città sui tetti degli edifici e di diventare apicoltori urbani. L’iniziativa è incoraggiata dal Natural England (nella foto in alto la loro arnia sul tetto in Victoria street), l’Agenzia governativa che si occupa della conservazione delle specie. In pratica, non solo si salvano le api ma con un alveare si arrivano a produrre 20 chili di miele in un anno per l’unica modica spesa di 1000 euro finalizzata all’acquisto di una colonia di api e di una Beehaus (casa delle api).
Scrive Avvenire:
Secondo Nicolas Géant, famoso apicoltore francese, le api vivono ormai meglio in città che nelle campagne, perché, nonostante le città siano inquinate, i fiori che vi crescono non hanno pesticidi. Per questo a Géant è venuta l’idea di ospitare alcuni alveari sui monumenti simbolo di Parigi: sono già sui tetti del Grand Palais e dell’Opéra Garnier. La scommessa è di raccogliere 500 chili di miele millefiori, che saranno venduti nel 2010 con il marchio «Miele del Grand Palais».
L’Italia, che nel 2007 ha perso la metà delle colonie delle sue api è intervenuta lo scorso anno con un decreto del Ministero della Salute, che vieta l’uso di alcuni pestici, che purtroppo sta per scadere.
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Il sistema dell’agricoltura americana combatte da anni contro i batteri, primo tra tutti l’Escherichia Coli, mentre coloro che vogliono continuare a produrre prodotti biologici combattono contro le leggi per la sicurezza alimentare che, per tutelare raccolto e coltivazioni, prevedono la distruzione degli ecosistemi.
Là dove vi è un raccolto di vegetali, non vi possono essere nè acqua stagnante, nè vegetazione diversa che potrebbe passare batteri, né vita di alcun tipo. Nel caso in cui anche solo uno scoiattolo passi tra l’insalata, il raccolto di quei filari sarà distrutto.
In America, nella baia di Monterey, riserva marina e paradiso biologico senza pari, stanno per essere applicate strategie di distruzione della natura, in nome della sicurezza alimentare e di cibo proveniente da campi antisettici.
Invisibile ad un pubblico che vede soltanto i benefici della sicurezza alimentare, ettari ed ettari di terreno stanno per essere disinfettati chimicamente, gli stagni coperti e la vegetazione spontanea estirpata. Uccelli, rane, topi e qualsiasi altra forma vivente che possa intaccare i raccolti, e la produttività degli stessi, sarà catturata ed eliminata, perché i batteri possono attaccare i raccolti, perché gli ortaggi devono essere sicuri, non importa quanti pesticidi ci avranno spruzzato o quante Monsanto ci mangino sopra.
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I delfini che vivono nel fiume Mekong, al confine tra la Cambogia e il Laos, dal 2003 hanno visto diminuire la loro popolazione di 88 esemplari, il 60% dei quali piccoli con meno di 2 settimane di vita. Gli esemplari rimasti di questa popolazione di delfini sono stimati essere tra 64 e 76, gli ultimi al mondo.
L’analisi dei delfini morti ha evidenziato un attacco batterico come causa della morte dei piccoli, che non sarebbe stata fatale se il sistema immunitario dei delfini non fosse già stato indebolito o annientato dagli agenti inquinanti, come ha spiegato Verné Dove, responsabile del WWF Cambogia.
Durante l’analisi sono stati identificati mercurio, pesticidi tossici come il DDT e agenti contaminanti come il PCB, gli stessi inquinanti che possono essere dannosi per la salute delle popolazioni e delle specie animali che vivono lungo il fiume Mekong e si nutrono degli stessi pesci ed usano la stessa acqua dei delfini morti.
Il WWF Cambogia continua ad operare sul Mekong per venire in aiuto ai delfini che sono una specie isolata che ha bisogno dell’aiuto dell’uomo per sopravvvivere e indirettamente anche alle popolazioni locali, affinché sappiano di che acqua (inquinata) è fatto il loro fiume.

In Kenya, nella riserva naturale del Masai Mara, i leoni stanno scomparendo a causa dell’uso di alcuni pesticidi, che dal 2001 ad oggi sono stati responsabili della morte di 76 leoni. Negli ultimi 6 anni la popolazione dei leoni dell’Africa si è ridotta di circa 700 esemplari, 76 dei quali morti per avvelenamento da pesticidi.
I ricercatori stanno cercando la causa della morte dei leoni, attribuibile, con molta probabilità al Furadan, un pesticida della FMC Corporation di Philadelphia, usato in Kenya per regolare la presenza e gli attacchi di insetti sulle coltivazioni di riso e grano grazie al contenuto a base di Carbofuran.
Da martedì scorso in Kenya le importazioni di Furadan sono state bloccate perché il pesticida sembra essere il responsabile della morte dei leoni per avvelenamento. Nel paese i leoni sono considerati una risorsa importante per l’economia del paese, soprattutto perché attirano i turisti, interessati a vedere le cinque grandi risorse del Kenya: leoni, elefanti, bufali, leopardi e rinoceronti.