La X Commissione si appresta a votare il decreto sul nucleare in cui saltano gli obblighi di informare i cittadini su dove saranno localizzate le centrali nucleari. Il decreto è in commissione per apportare le modifiche richieste dalla Consulta, ossia che va richiesto il parere delle Regioni anche se non è vincolante.
Va licenziato, il decreto, comunque entro il 23 marzo, perché diversamente decade. Cosa si deciderà in questo decreto? Dal sito della Camera:
Schema di decreto legislativo concernente modifiche ed integrazioni al decreto legislativo 15 febbraio 2010, n. 31, recante disciplina della localizzazione, della realizzazione e dell’esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare, di impianti di fabbricazione del combustibile nucleare, dei sistemi di stoccaggio del combustibile irraggiato e dei rifiuti radioattivi, nonché benefici economici e campagne informative al pubblico.
La rivelazione della mancanza degli obblighi di comunicazione è svelata da L’inkiesta:
Nella versione iniziale, infatti, si prevedeva che la definizione dei criteri e lo schema definitivo fossero pubblicati sui siti internet di tre ministeri, dell’Agenzia per il nucleare e su almeno cinque quotidiani a diffusione nazionale. Questa pubblicità massima serviva perché gli enti locali interessati potessero formulare le proprie obiezioni. Anche le consultazioni con gli enti locali interessati, e le motivazioni del loro eventuale rifiuto, dovevano essere pubblicate sugli stessi siti internet e gli stessi quotidiani. Nella versione in discussione da domani, quella che è stata richiesta dalla Corte Costituzionale per tutelare una maggiore trasparenza, tutto questo è sparito. Si legge che i commi 2 e 3 che sancivano questi obblighi sono stati semplicemente abrogati. Sarà pur vero, come dicono fonti vicine al dossier, che il diritto dei cittadini a conoscere questi criteri è già tutelato dall’imposizione di Valutazione Ambientale Strategica sancita dalle norme generali. Tuttavia, non è un bel segnale di rispetto eliminare un obbligo in più, e per di più in zona Cesarini. In fondo, pubblicare un decreto legge su pochi siti istituzionali e su qualche giornale, costa pochi soldi e nessuno sforzo.
Foto | Hai sentito

Il Gruppo imprese fotovoltaiche italiane (Gifi) esprime la sua soddisfazione per l’accoglimento, da parte della Conferenza unificata delle Regioni e delle Province autonome, della bozza del conto energia 2011 e delle linee guida nazionali in materia di fotovoltaico.
L’ok delle Regioni è arrivato nei giorni scorsi dopo mesi di trattative serrate poiché la bozza in discussione modifica sostanzialmente alcune parti della precedente normativa sugli incentivi all’energia rinnovabile prodotta dai pannelli fotovoltaici. E, in generale, abbassa gli incentivi del 18-20%.
La novità maggiore, in estrema sintesi, consiste nell’introduzione del concetto di “impianto costruito su edifici”, che sostituisce le vecchie definizioni di “integrato”, “non integrato” e “parzialmente integrato”.
Continua a leggere: Conto energia 2011: ok delle Regioni, soddisfazione (con riserva) del Gifi

L’Italia è il paese più bello del mondo, accattatevillo. Approvato ieri il cosiddetto federalismo demaniale, cioè il trasferimento dallo Stato alle Regioni e alle Province del demanio con tutti i suoi beni. Con possibilità di venderne alcune parti per fare cassa: boschi, laghi, collinette e fiumiciattoli, purchè non sia al confine tra due regioni quasi tutto si può vendere su richiesta delle Regioni.
Che hanno trentasei mesi per fare domanda. Scaduto il termine, al netto delle proroghe, tutto ciò che poteva essere trasferito e non è stato richiesto rimane fuori dallo scambio.
L’idea di fondo del decreto legislativo che lancia l’Italia nell’era del federalismo è che il bel paese ha un patrimonio naturalistico di incredibile valore. Incredibile ma non inestimabile: le Regioni sono invitate a vendere qualche pezzo pregiato al miglio offerente per appianare i debiti.
Se questo è lo spirito, si può facilmente immaginare che le Regioni più inguaiate si daranno da fare ben di più di quelle con i conti in regola. Sconvolgente, per questo, il commento del vulcanico ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta:
Premia le formiche e punisce le cicale. Fa risparmiare, ottimizza i costi standard. Viva il federalismo fiscale e viva il primo decreto legislativo. Quanto prima si faranno i decreti attuativi tanto meglio sara’ per il Paese
In tempi di crisi come questi, chi ci assicura che Province e Regioni non si mettano a svendere l’Italia a palazzinari e speculatori?

Il neo ministro dell’Agricoltura, Giancarlo Galan, si sta mostrando più cauto di quanto si potesse inizialmente pensare sul tema Ogm. Dal Ministero delle Politiche agricole e forestali, infatti, nei giorni scorsi è stata inviata una lettera alle Regioni nella quale il ministro chiede di monitorare le aziende che seminano gli Ogm.
Il ministro, inoltre, chiede che le Regioni eseguano dei controlli nelle aziende per verificarne il corretto comportamento e l’applicazione di tutti i protocolli previsti per la semina dei semi geneticamente modificati. Tutto ciò ha fatto infuriare la solita Futuragra che ha diramato un comunicato al vetriolo:
La lettera diffusa dal Ministero delle politiche agricole affinché le regioni eseguano controlli sulle aziende che hanno inviato richieste di autorizzazione alla semina di mais OGM è un atto intimidatorio verso chi legittimamente chiede di esercitare la libertà di scelta. Si tratta di una vera e propria lista di proscrizione. C’è da chiedersi tra l’altro se un provvedimento del genere rispetti la normativa sulla privacy. Informeremo anche la Commissione Europea di questo ennesimo atto ai danni della libertà d’impresa che offende chi come noi da anni si batte presso le autorità competenti perché la legge venga applicata
E in un’altra nota Futuragra rende noto: il Ministero sa che sono già centinaia le aziende agricole che hanno fatto richiesta per seminare gli Ogm.
Via | Agricolturaonweb, Futuragra
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Che il partito delle doppiette non avrebbe avuto una vittoria piena lo si era intuito già dall’altro ieri quando, durante la discussione alla Camera dei Deputati della legge Comunitaria contenente il famoso articolo 43 (che avrebbe permesso alle Regioni di allungare a piacere il calendario venatorio), si era creata una prima spaccatura nella maggioranza.
Il risultato è stato un “subemendamento”, parola poco gradevole ma in questo caso di discreta importanza: le Regioni potranno prorogare il calendario venatorio, previa acquisizione del parere dell’Ispra, non oltre la prima decade di febbraio.
La proroga, inoltre, non potrà essere generica ma dovrà essere autorizzata per ogni specie per la quale ogni Regione farà richiesta.

Per fermare il ritorno italiano al nucleare Greenpeace ha iniziato la sua nuova campagna di informazione e ha aperto un apposito sito web. Su Nuclear Lifestyle si può fare un breve test per accertare la propria conoscenza sull’energia atomica e firmare l’appello antinuclearista. Tutto questo per sensibilizzare gli italiani e invitarli a fare una scelta di coscienza alle prossime elezioni regionali.
Secondo Greenpeace, l’importante è scegliere i candidati apertamente contrari al nucleare, in modo da non avere una centrale dietro il proprio giardino. In realtà la campagna di Greenpeace è molto politica e poco pratica perché, come gli stessi ambientalisti sanno bene, il Governo italiano ha già dichiarato che non prenderà in considerazione alcun veto da parte dei Presidenti delle Regioni.
Chi ha dubbi sul ritorno italiano al nucleare, però, non dovrebbe perdere l’occasione di aderire a questa campagna, anche se i risultati dovessero essere inutili o quasi. In fin dei conti, infatti, a Greenpeace va riconosciuta la grande capacità di comunicare le proprie battaglie con tutti i mezzi di comunicazione disponibili e i buoni risultati che spesso queste campagne riescono ad ottenere.
Via | Greenpeace
Foto | Greenpeace

Il titolo non è uno scherzo, e la questione è seria: l’Istat ha diffuso i dati relativi alle spese ambientali sostenute dalle amministrazioni delle regioni italiane per il triennio 2004-2006 e il risultato medio della spesa per la tutela e la salvaguardia dell’ambiente è appunto 75 euro (pro capite). La serie di dati è calcolata secondo gli schemi del metodo europeo Seriee per le spese ambientali. Questi conti descrivono le spese effettuate da parte delle amministrazioni regionali per proteggere l’ambiente da fenomeni di:
Per tutte queste spese ogni regione italiana spende in media 75 euro l’anno. Si registrano valori inferiori alla media nazionale nel Nord-Ovest, Nord-Est e Centro (rispettivamente 44, 65 e 41 euro), e valori superiori di spesa destinata all’ambiente nel Sud e nelle Isole (rispettivamente 93 e 183 euro). Questa differenza è dovuta ad un ritardo strutturale delle regioni del Sud Italia e delle Isole nel triennio preso in esame, mancanza che è stata colmata dalle amministrazioni regionali che hanno investito in infrastrutture.
A cosa sono destinati questi 75 euro? Nel periodo 2004-2006, in media, in tutta Italia la spesa ambientale è stata destinata principalmente a finanziare interventi che hanno interessato i settori ambientali della gestione delle acque reflue, delle acque del sottosuolo e delle acque di superficie, delle acque interne oltre a quelle destinate alla protezione e al risanamento del suolo. Una parte delle spese è andata anche alla protezione della biodiversità e del paesaggio. Le amministrazioni regionali delle Isole, oltre che a questi settori ambientali, hanno destinato una quota importante della loro esosa spesa di 183 euro all’anno anche all’uso e alla gestione delle foreste.
Continua a leggere: La spesa delle Regioni per salvaguardare l'ambiente è di 75 euro all'anno
Entriamo un po’ più nel dettaglio dei dati resi pubblici oggi da Legambiente sugli illeciti ambientali. Abbiamo già visto come la Campania, senza troppe sorprese, detenga il primato dei reati accertati in Italia, e della sorpresa Veneto al secondo posto nei traffici illegali di rifiuti. Ribaltando le classifiche, agli ultimi posti troviamo alcune regioni del Nord (Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Valle d’Aosta), mentre la Basilicata - penultima per i traffici di rifiuti - sembra per ora schivare un fenomeno piaga per il Sud Italia. Per quanto riguarda il ciclo del cemento (estrazioni e costruzioni abusive), la situazione ricalca quella generale, con Campania, Calabria, Puglia e Lazio ai primi posti, Molise, Friuli Venezia Giulia e Valle d’Aosta agli ultimi posti.
Nei dettagli (elaborazione Legambiente su dati delle forze dell’ordine 2007) i dati:
TOTALE ITALIA
30.124 Infrazioni accertate
22.069 Persone denunciate
195 Persone arrestate
9.074 Sequestri effettuati
Infrazioni nel ciclo dei rifiuti
4.833 infrazioni accertate
5.204 denunce
136 arresti
2.193 sequestri
Illegalità nel ciclo del cemento
7.978 Infrazioni accertate
10.074 Persone denunciate
10 Persone arrestate
2.440 Sequestri
Seguono le classifiche regionali
Continua a leggere: Rapporto Ecomafia: i dati degli illeciti per regione