La siccità 2012 che ha devastato gli Stati Uniti e la scelta didi usare il 44% della produzione di mais (deplorata anche dalla FAO) per il biofuel sono alla base dell’impennata di prezzi della carne bovina. L’industria dell’allevamento negli Stati uniti conta attualmente 90 milioni di bovini ossia molto meno che nel 1952 e per giunta ridotto del 2% lo scorso anno a causa della diminuzione di acqua e mangime. Gli Stati che hanno subito le maggiori perdite di capi di bestiame sono: Texas, Alaska, Oklahoma, Colorado, Wyoming, Missouri, Tennessee, Indiana.
Gli effetti e le conseguenze della siccità non si concludono con le prime piogge e lo sanno bene gli allevatori. I pascoli sono così secco che non si verifica quell’accumulo di umidità necessario per sostenere le stagioni più secche. E così passano i giorni aspettando la prossima pioggia. Il primo risultato tangibile è che a fronte di una domanda in crescita inizia a calare l’offerta e ecco aumentare i prezzi al dettaglio della carne prima del 6% lo scorso anno e attualmente del 3-4%. Il che sta portando la carne a prezzi decisamente alti e a cui gli americani non sono abituati.
In Kansas il costo dei mangimi è aumentato anche del 60% a causa della siccità. Per ora le soluzioni trovate sono tampone: in alcuni l’acqua potabile è stata deviata per usi agricoli e per il bestiame. Tuttavia, guardando la situazione con una prospettiva molto più ampia, vediamo che questa è molto più una questione di sostenibilità. Da un lato le aziende dovrebbero iniziare a conservare l’acqua. Dall’altro probabilmente l’amministrazione Obama dovrebbe iniziare a rivedere la sua politica di approvvigionamento dell’energia. Infatti tra i biocarburanti ottenuti da colture che necessitano di ingenti quantitativi di acqua e che dovrebbero servire per l’alimentazione umana e animale e l’uso di acqua per l’estrazione del gas scisto attraverso la fratturazione idraulica.
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